Il filo rosso che ci lega

Proviamo a mettere in fila alcuni momenti salienti del nostro passato. Nel primo riquadro c’è un signore sorridente che varca la soglia di una porta, alzando il cappello a mo’ di saluto. La fotografia è famosa: siamo nel 1936 e l’ospite di riguardo è Benedetto Croce, filosofo e storico italiano, tra i più importanti intellettuali europei della sua epoca. Era giunto a Lugano su invito di Delio Tessa, poeta dialettale milanese, giornalista, molto attivo anche nella Svizzera italiana (non da ultimo su questa testata). Nel secondo riquadro ci spostiamo di pochi mesi (settembre 1937) e di pochi metri, per assistere alla registrazione di una conferenza intitolata «Il Ticino e i suoi poeti».
A tenerla non è il solito Francesco Chiesa, e nemmeno Giuseppe Zoppi, Arminio Janner o Guido Calgari, insomma i letterati di casa, bensì un sorprendente Stefan Zweig, il sublime cantore della fine del mondo asburgico (leggere assolutamente il suo «Mondo di ieri») riparato nella Svizzera italiana nel tentativo di sfuggire al nazionalsocialismo. Una fuga che si sarebbe conclusa in modo tragico, in Brasile, di lì a pochi anni. Terzo riquadro, giugno 1947. Stavolta vediamo un anziano musicista mentre dirige un’orchestra seduto su una sedia, molto concentrato, quasi ieratico. Si trovava a Lugano da alcuni mesi, degente alla Clinica San Rocco, e intervallava il riposo nella casa di cura a «visite quasi giornaliere al Caffè Huguenin, ritrovo alla moda a cui era trascinato dalla moglie Pauline all’ora della merenda, in cui suonava un’orchestrina che si faceva un punto d’onore nel riservargli qualche brano di musica seria ogni volta che nel locale appariva la coppia illustre», come ci ricorda Carlo Piccardi.
L’anziano musicista era nientemeno che Richard Strauss, che il giorno del suo 83esimo compleanno, bacchetta alla mano, avrebbe avuto modo di complimentarsi con il complesso della radio per l’eccellenza dei suoi orchestrali, soprattutto i fiati («Vorzügliches Orchester, famose Bläser»). Che cosa lega tra loro queste tre scene, assieme a infiniti altri momenti di un secolo che ci sta alle spalle, e che troppo spesso dimentichiamo? La presenza costante, diffusa, capillare, e al tempo stesso stimolante e propositiva, di un servizio pubblico radiotelevisivo di lingua italiana. Basterebbe dare un’occhiata agli Archivi della RSI, quegli archivi che troppo spesso osserviamo con un occhio distratto, quasi fossero pieni soltanto di folclore («Guarda un po’ come eravamo…»), e che invece sono la testimonianza più preziosa dell’enorme lavoro speso ininterrottamente dal servizio pubblico fin dal 1931. Eventi sportivi, rivolgimenti politici, catastrofi naturali, ma anche piccole e grandi gioie quotidiane. Tutto è stato coperto, e in molti casi registrato, dalla RSI. Mentre noi eravamo intenti a vivere, la RSI documentava e raccontava, giorno dopo giorno, con professionalità e rigore.
Come un filo rosso che cuce assieme gli eventi del nostro passato. Se ha potuto farlo per quasi cento anni è perché le sono sempre stati concessi mezzi adeguati alla propria missione. Quelli che effettivamente «bastavano». Il prossimo 8 marzo dovremo esprimerci sul sostegno finanziario alla RSI. Sarà un momento importante, in cui avremo occasione di ribadire la nostra adesione al lavoro insostituibile che il servizio pubblico fa ogni giorno per la Svizzera italiana. Sul tavolo (nell’urna) ci sarà una potenziale riduzione del canone da 300 a 200 franchi. Non credo che 100 franchi siano pochi in assoluto, ma sono altresì convinto che la RSI li meriti tutti. Sappiamo inoltre che, grazie a una chiave di riparto estremamente favorevole, la Svizzera italiana paga oggi il 4% del canone e ne usa il 22%. I nostri 100 franchi di differenza vengono così a valere più di cinque volte tanto. In altri ambiti non avremmo dubbi su un investimento del genere. Non tagliamolo quel filo rosso che ci lega.
