Il ponte-diga

Il mostro e la grotta

La rubrica di Pietro Montorfani
©Chiara Zocchetti
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
24.12.2024 06:00

Da alcune settimane sopra il presepe sommerso a pochi metri dalla riva di Lugano si aggira un mostro marino (o piuttosto lacustre) dalle fattezze affascinanti e misteriose.

Che il mostro esista soltanto nella dimensione virtuale non lo rende meno vero ai nostri occhi, sempre più abituati ad accettare una realtà fatta di pixel, di bit e di contenuti artificiali. Creata dalla fantasia dell’artista Roberto Giavarini e prodotta da una delle società dell’imprenditore Roberto Gorini, il medesimo che ha inventato i Lugacoin, la creatura squamosa è simile a un gigantesco pesce con le barbe e si vede facilmente dalla Riva Giocondo Albertolli puntando il cellulare verso il lago, dopo avere scansionato un apposito codice QR. Dato che esiste nella terza dimensione, e si muove realmente in uno spazio virtuale secondo un algoritmo randomizzato, lo si può osservare contemporaneamente da più punti di vista: dalla Foce lo si vedrà in un modo (da sinistra), dal LAC invece da destra, e dal San Salvatore infine molto più piccolo, ma comunque lo stesso e in tempo reale, mobile, fluttuante. Un perimetro di rispetto impedisce al mostro di uscire da un’area precisa e controllata, come avviene con i tosaerba modello Oscar, ma non (poniamo) di saltare sulla testa dei bagnanti o di gareggiare con i pedalò. Vorrei eleggere il mostro di Lugano a emblema del nostro rapporto con la tecnologia, magari partendo proprio dall’etimologia di «monstrum», un termine che non suggerisce tanto il terrore quanto il prodigio, la creazione ibrida e affascinante, degna di essere guardata e quindi «mostrata» a tutti. La tecnologia è parte inevitabile delle nostre vite e, come un mostro, ci attira e ci respinge al tempo stesso. È necessario averne paura? Direi di no, ma è comunque consigliabile una sana prudenza nell’abbracciarne indiscriminatamente le promesse. Diciamo un’adesione controllata, un moderato entusiasmo, consapevoli di quello che può fare e di quello – soprattutto – che ancora non può, e che verosimilmente non potrà mai fare (per fortuna, aggiungo io, ma io sono un intellettuale della vecchia guardia).

Per riuscire a conquistare un equilibrio sostenibile, nelle nostre vite private come nella più ampia dimensione sociale, dovremmo cercare di contemperare il mostro della tecnologia con la grotta del presepe, emblema del cuore più puro della nostra umanità, fatta di relazioni, di accoglienza, di calore, ma anche di speranza e di sopravvivenza nelle avversità. Dall’intreccio di questi due poli (il presente e il passato, quello che eravamo e quello che stiamo pian piano diventando) deriva inevitabilmente il paesaggio del futuro, in direzione del quale possiamo camminare senza troppi patemi proprio in forza di quello che la grotta rappresenta: un messaggio valido sempre, quale che sia la cultura di ciascuno e quale che sia l’orizzonte verso cui stiamo andando, a patto però che non lo si congeli in una tradizione arida e ripetitiva, più timorosa che accogliente. È un esercizio difficilissimo, in primis per gli stessi cristiani, che sono maestri di incoerenza e di poca fede (ditelo a me, che mi chiamo come san Pietro).

Compito per il 2025 potrebbe essere allora quello di tenere viva questa dicotomia virtuosa, questo alternarsi di grotta e di mostro.

Abbracciare con fiducia le strabilianti conquiste dell’intelligenza artificiale, testandone però subito la tenuta con gli argomenti più solidi e ragionevoli della tradizione umanistica (l’etica, per dirne una, e ce ne sarà un grandissimo bisogno). Con la certezza comunque che non ci sarà mai ChatGPT in grado di scrivere – concedetemi il vanto – la puntata del Ponte-diga che avete appena finito di leggere. Buon Natale!