Opinione

Il Patto del 1291, tra storia e anacronismi

L'opinione di Claudio Mésoniat e la replica di Maurizio Binaghi
©Gabriele Putzu
Red. Online
01.09.2026 08:45

Festa nazionale e vacanze agostane alle spalle, torno su un commento di Maurizio Binaghi pubblicato dal «Corriere» lo scorso 5 agosto. Non si tratta infatti di un tema effimero. «Dal punto di vista storico - affermava tra l’altro l’autore - è oggi accertato che il cosiddetto patto federale è solo una bozza retrodatata, scritta in un latino un po’ sconnesso, frutto di un affrettato copia-incolla. Non tratta perdipiù nessuna fondazione di uno Stato, ma è il memorandum di una pace territoriale che ha probabilmente lo stesso valore, per capirci, dei trattati firmati oggi da Donald Trump».

Non è la prima volta che da una cattedra della cultura locale piove una secchiata di acqua fredda sul primo d’agosto e su chi celebra la festa nazionale con troppo candida riconoscenza. Ricordo di aver reagito anni fa a una piazzata dell’allora consigliere nazionale Fulvio Pelli secondo il quale il 1° d’agosto non sarebbe altro che «la data di sostituzione fittizia del 12 settembre 1848, giorno in cui fu adottata la prima Costituzione federale che segna l’inizio della Svizzera moderna».

In realtà non c’è nulla di fittizio nel Patto del 1291. Si tratta di un documento scoperto nell’archivio di Svitto nel 1758. Anche se una cronaca cinquecentesca ne posticipò la stipula al 1307 ambientandola nella cornice -quella sì fittizia- di una congiura di mezza estate su un praticello in riva al Lago dei Quattro Cantoni.

Per completare il gioco di prestigio, vi sono poi oratori del 1° d’agosto che incartano il Patto storico insieme ad alcune note leggende patriottiche e servono all’uditorio -come ha fatto quest’anno a Massagno l’ottimo collega televisivo Jonas Marti- un piatto di alto tenore etico: «Tell, il Grütli e Winkelried sono la nostra Odissea. (…) Oggi il rischio più grande non è scoprire che i nostri miti non siano mai accaduti. Il rischio più grande è che non accadano più». E invece no: i miti sono miti, i fatti sono fatti. L’Odissea è letteratura, ma la Storia svizzera non è un film.

Tornando alle affermazioni di Binaghi, buona parte della storiografia svizzera non considera affatto il documento del 1291 retrodatato bensì compatibile dal punto di vista paleografico e sigillografico con una datazione di fine XIII secolo (persino l’analisi al radiocarbonio non può smentirla); non si tratta affatto di una «bozza» bensì di una pergamena sigillata (originale o copia coeva che sia); il testo riprende una formula standard dai Landfrieden imperiali del tempo, che l’anacronismo copia-incolla svaluta gratuitamente.

Il nodo della faccenda sta tuttavia in un’altra forma di anacronismo. Il «cosiddetto patto federale», rassicura Binaghi, «non tratta perdipiù nessuna fondazione di uno Stato». E ci mancherebbe… Non sussistevano allora nemmeno i presupposti concettuali per pensare alla fondazione di uno Stato sovrano. Il patto del 1291 rientra nella tipologia delle varie forme di autonomie e alleanze comunali, cittadine e rurali, che non rivendicano affatto l’indipendenza dall’Impero, bensì l’autonomia rispetto ai signori feudali, nel campo fiscale, dell’amministrazione della giustizia (niente giudici stranieri, ehm ehm… bilaterali III…), della pace sul proprio territorio.

Alleanze che, nel vasto Impero romano-germanico, si formavano, variavano nella loro composizione, si disfacevano e si ricomponevano con qualche modifica, abbastanza rapidamente. In quello del 1291 spicca un elemento: la durata perpetua («a Dio piacendo»). Nasce di fatto una realtà che nel tempo si rivela meno effimera di altre, resiste alle guerre e agli scontri interni (persino alla spaccatura della Riforma), si amplia e gradualmente vede maturare un’esperienza comune che si riflette e cresce nei successivi Patti e nello sviluppo di una certa organizzazione della Confederazione. Una consapevolezza di patrimonio e responsabilità comuni che cresce attraversando quattro secoli fra tardo medioevo ed età moderna prima di entrare nei mitici Lumi sette-ottocenteschi.

Tra le molteplici tracce storiche di questo percorso ve n’è una che, in particolare, ci ricollega alla boutade di Binaghi sul Patto del 1291 paragonato ai «trattati firmati oggi da Donald Trump». I Padri fondatori degli Stati Uniti (tra i quali in particolare John Witherspoon e James Madison) studiarono approfonditamente la natura e la storia dei Cantoni elvetici per trarne ispirazione in vista della Costituzione USA del 1787. Costoro si ispirarono dunque a una Svizzera ancora immersa nei miti e nelle leggende, sempre in attesa di nascere, «storicamente», in quel benedetto 1848?

Claudio Mésoniat, direttore de ilfederalista.ch

La replica

Apprezzo l’attenzione riservata al mio commento. La replica dimostra quanto questi temi siano ancora vivi nella nostra società. Questo è certamente un bene. Meno apprezzabile è invece isolare una parte del discorso, perdendo di vista il senso dell’argomentazione complessiva.

«I fatti sono fatti, i miti sono miti», si ammonisce. Bisognerebbe però saper distinguere la storia dal mito, il patto scritto dal leggendario giuramento orale del Grütli. Senza questa distinzione basilare, suona anacronistica l’affermazione secondo cui una cronaca cinquecentesca avrebbe posticipato al 1307 la firma del patto. Nella sua cronaca Tschudi colloca nel 1307 il giuramento e non il patto, allora sconosciuto. Distinguere fra un documento, la sua funzione originaria e il mito costruito intorno ad esso non è un «gioco di prestigio», ma il lavoro della storiografia.

La possibile retrodatazione del patto è una tesi molto autorevole, sostenuta – fra gli altri – dagli storici Roger Sablonier e Thomas Maissen. Non si tratta di una posizione marginale, come è lasciato intendere. Sul blog del Museo nazionale si legge anzi che la comunità degli storici ammette che il patto è stato redatto nel 1309 e poi retrodatato.

Le argomentazioni volte a ribadire la validità dell’interpretazione tradizionale perdono peraltro di rigore storico quando il richiamo ai «giudici stranieri» è collegato agli Accordi bilaterali III. La tematica è così sottratta al suo contesto medievale e piegata alle esigenze di una polemica politica contemporanea. Nel tentativo di confutare il mio ragionamento, si finisce per dimostrarne la fondatezza: il patto continua a essere interpretato e utilizzato secondo le esigenze del presente. È precisamente così che si costruisce la memoria collettiva.

Questo era l’obiettivo del mio scritto, ossia distinguere tra storia e memoria, non certo sminuire chi festeggia il 1° agosto o negare il valore della festa nazionale, di cui ho esplicitamente riconosciuto il profondo significato civico.

Maurizio Binaghi.