Il ponte-diga

Il ruolo di Lugano

La rubrica di Pietro Montorfani
© CdT/ Chiara Zocchetti
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
16.01.2024 06:00

È la settimana del Blue Monday, il «lunedì triste» (terzo di gennaio) che si vuole l’emblema assoluto della routine. Sarà che non sono affatto triste, ma vorrei celebrare sobriamente questa festa della quotidianità, immagine della vita nelle sue coordinate più semplici e concrete. Assillati dalla retorica dell’eccezionalità, dagli «eventi» che scandiscono le settimane e dai superlativi con i quali (media compresi) cerchiamo di descrivere tutto quello che accade nel mondo, quasi vivessimo in un perenne Guinness dei primati, tendiamo a dimenticare i meriti di un’esistenza ridotta all’osso, un pacchetto base senza tanti ammennicoli o espansioni. Certo la routine può essere veramente tale, con quel suo misto di serenità e di noia, di assenza di pensieri e di assenza di stimoli, soltanto se la direzione di fondo è chiara e condivisa, se esiste un orizzonte di riferimento in rapporto al quale ogni altra cosa assume valore e significato. È così per tutti: dai singoli ai gruppi alle istituzioni. Cambia solo la scala.

Non parlavano forse di questo gli interventi del sindaco Michele Foletti e dell’ospite Marco Solari all’ultima cerimonia di Capodanno?

Chiedersi dove sta andando una Città, quali siano le sue ambizioni e le sue strategie, e verificare poi che queste siano declinabili in modo sano nella vita di tutti i giorni, è un esercizio che andrebbe fatto più spesso. È un barometro prezioso della vita democratica e della salute di una società, meglio se in dialogo stretto con i principali detentori di interesse, cioè i cittadini.

Eccoci allora alle cinque istantanee (sostenibilità finanziaria, tecnologia, territorio, socialità e cultura) che il sindaco immagina come altrettanti binari lanciati verso il futuro. Una metaforica rete ferroviaria in cui la Città svolge, in rapporto al Cantone, il ruolo di locomotiva. Chi si sentirebbe di negarlo? Forse nessuno, a patto di ammettere che, pochi scambi più indietro, viaggiano a velocità sostenuta anche altri capoluoghi ticinesi, Bellinzona in primis. Foletti non ha nascosto le difficoltà, ma non ha nemmeno tolto il piede dall’acceleratore.

Più severo, a saper leggere tra le righe, è stato l’intervento di Marco Solari, che forte della sua lunga esperienza in vari ambiti professionali (si veda la ricca biografia curata da Matilde Casasopra Bonaglia per G. Casagrande Editore), non ha risparmiato qualche tirata d’orecchi al padrone di casa. Un rapporto con il lago, per cominciare, non sfruttato a dovere. Soprattutto, però, una più generale mancanza di coraggio e iniziativa che impedisce ancora a Lugano di svolgere appieno quella funzione di ponte (si spera non «diga») tra il Nord e il Sud delle Alpi, ruolo cui potrebbe davvero ambire per le sue caratteristiche storiche e culturali.

Alle prevedibili obiezioni di natura economica si potrebbe rispondere, aggiungo io, con le parole di Giuseppe Buffi quando si votò in Gran Consiglio la nuova legge sull’USI: «La vera difficoltà consiste nello spiegare che la proposta di un’Università viene avanzata non già nonostante la crisi, bensì, caso mai, perché siamo in crisi». Vedere se non ha avuto ragione.

Una casella non ancora sfruttata da Lugano mi pare quella della «più importante città italofona fuori d’Italia». È troppo immaginare un forum internazionale a cadenza regolare che punti ad accogliere a Lugano tutte le realtà che utilizzano, nel mondo, la lingua di Dante? Sarebbe facile immaginare rapporti almeno con Francia, Germania e Stati Uniti. Che l’italianità non sia soltanto una questione linguistica, ma una galassia multiforme e stratificata attiva a ogni livello della vita sociale, è il messaggio lanciato con forza da una recente pubblicazione di Coscienza Svizzera. Un suggerimento da non lasciar cadere.