Il silenzio dei dirigenti africani subsahariani?

Quando si parla di migrazione dall’Africa subsahariana verso l’Europa, il dibattito pubblico si concentra spesso su barche, confini, accoglienza. Raramente ci si chiede: e i governi dei Paesi di partenza, cosa dicono? Perché il loro silenzio pesa quanto il rumore delle polemiche.
in Europa. Molti di noi sono arrivati qui per studio, lavoro, ricongiungimento familiare. Altri sono fuggiti da conflitti, siccità, mancanza di prospettive. Condividiamo tutti una domanda semplice: perché chi ci rappresenta in Africa interviene così poco, e con così poca forza, sul destino di milioni di giovani che partono?
Il piano politico: assenza di voce comune.
A livello internazionale l’Africa subsahariana è un continente di 46 Stati, con sfide enormi ma anche con un peso demografico che raddoppierà entro il 2050. Eppure sul tema migrazione manca una posizione unitaria e forte nelle sedi europee. Gli accordi si firmano a Bruxelles, a Roma, a Berna, ma i parlamenti africani ne parlano poco. L’Unione Africana ha delle strategie, ma fatica a farle diventare priorità nazionale.
Il risultato è che i migranti vengono trattati come “problema europeo” e non come “tema africano”. Questo indebolisce chi parte: senza un interlocutore politico chiaro dall’altra parte, si negoziano solo rimpatri e controlli, non percorsi legali, protezione, sviluppo.
Il piano economico: partire per necessità, non per scelta.
Le cause economiche sono note: disoccupazione giovanile oltre il 30% in molti Paesi, salari bassi, economie dipendenti da materie prime, debito estero, cambiamenti climatici che colpiscono agricoltura e pesca.
I dirigenti parlano di “Agenda 2063” e di crescita. Ma sul campo i giovani non vedono ponti tra quella visione e la loro vita quotidiana.
Il silenzio è anche qui: si accetta che i più istruiti partano, perché così entrano dollari, ma non si costruiscono alternative perché restare sia una scelta vera.
Il piano sociale: famiglie spezzate e identità in mezzo.
Dietro le statistiche ci sono famiglie. Genitori che non vedono i figli per anni. Giovani che arrivano in Europa e si trovano tra due mondi: non “abbastanza africani” per chi è rimasto, non “abbastanza europei” per chi è qui.
In Svizzera e in Ticino vediamo ogni giorno persone che lavorano, pagano le tasse, fanno volontariato.
Dal silenzio al dialogo. Non chiediamo assistenzialismo. Chiediamo responsabilità condivisa. All’Europa chiediamo visti di lavoro, formazione, e politiche migratorie umane. All’Africa subsahariana chiediamo ai suoi dirigenti di smettere di delegare il tema alla sola emergenza.
Serve un patto nuovo: investimenti in Africa sì, ma con trasparenza e con i giovani al centro. Serve che i leader parlino, anche quando è scomodo, delle ragioni per cui la gente parte.
Il silenzio non protegge nessuno. Un dialogo franco tra Africa, Europa può invece trasformare la migrazione da ferita a opportunità per entrambi i continenti.
Perché il futuro non si costruisce né solo qui, né solo là. Si costruisce insieme.
Pedro Ranca Da Costa, già dell’Ufficio d’Integrazione
