Importatori di bellezza

Per tutta la prima metà della mia vita, diciamo un ventennio, ogni qual volta ho scritto, letto o pronunciato l’aggettivo «ticinese» vedevo un’immagine precisa: un’area, un’atmosfera, un perimetro. Da Airolo a Chiasso, per farla breve. Un luogo popolato di persone e di cose care, un pezzo piccolissimo di mondo eppure irrinunciabile.
Dai vent’anni in poi è stata tutta un’altra storia.
Gli orizzonti si spalancano e con essi si spalanca anche la consapevolezza di quanto la realtà, le persone, persino i toponimi siano articolati e complessi. Provare per credere: tirate una linea dal centro di Milano attraverso Porta Ticinese e poi ditemi dove siete finiti. Certo non dalle nostre parti, bensì a Ticinum, la città ticinese per antonomasia: Pavia. Se pensiamo che dei 248 km del fiume Ticino, oltre la metà sono in Italia, dentro e fuori il Verbano (che qui ci ostiniamo a chiamare a volte «lago di Locarno»), vediamo bene come dell’identità ticinese nel suo complesso noi svizzerotti non siamo che una delle parti in causa.
Se dalla dimensione spaziale passiamo a quella temporale, dalla geografia alla storia, le cose vanno anche peggio: arretriamo le lancette a prima del 1512 e come per incanto spariscono i baliaggi, i bratwurst, le raclette, e ci ritroviamo nel Ducato di Milano sotto i Visconti e gli Sforza, in un mondo di segni e di simboli (gastronomici, artistici, linguistici) che è tuttora la nostra culla culturale di riferimento. O quantomeno una delle più importanti. Per questa ragione ho apprezzato moltissimo, negli scorsi giorni, l’esposizione che il Museo Poldi Pezzoli di Milano ha voluto dedicare a un artista di «casa nostra», il caronese Andrea Solario, vissuto tra Lombardia, Veneto e Francia del Nord a cavallo tra XV e XVI secolo. Nessuna istituzione gli aveva mai dedicato prima d’ora una mostra monografica, e pare impossibile da credere vista la qualità eccezionale delle sue opere, visibili fino al 30 giugno. In tre piccole ma calibratissime sale il percorso espositivo curato da Lavinia Galli e Antonio Mazzotta sotto il titolo «La seduzione del colore», con un catalogo degno di tale nome, ci accompagna passo dopo passo lungo la vita breve ma intensa di questo coetaneo di Leonardo, più giovane di lui di qualche anno e però più precoce nella sua fama transalpina, alla corte del cardinale Georges d’Amboise in Normandia.
L’origine caronese, in realtà, non andrebbe troppo enfatizzata, perché Andrea apparteneva a una famiglia (i Solari) che risiedeva stabilmente a Milano già da alcuni decenni, nella parrocchia di San Babila, ed era ben radicata tra le maestranze artistiche di origine «ticinese» – nel senso svizzero del termine – attive in vari cantieri come architetti, ingegneri, scultori, pittori. Un loro discendente, il ben noto Marco (che saluto), all’inizio degli anni Novanta inventò lo slogan «Ticino: terra d’artisti», geniale colpo di marketing di cui gli saremo per sempre grati. Se però dalla «terra d’artisti» passiamo, come mi è capitato di sentir dire alla RSI, ai «ticinesi esportatori di bellezza», qui lo storico prudente si ferma e solleva una paletta con scritto ALT. La verità è che non abbiamo esportato nulla se non le nostre capacità manuali e imprenditoriali, cresciute e sviluppatesi in contesti professionali in cui gli occhi potevano bearsi di forme e colori sconosciuti alle nostre latitudini. In altre parole, se i Domenico Fontana, i Borromini e i Maderno, e più avanti i Trezzini e tutti gli altri, hanno saputo arricchire con la loro arte le più importanti città dell’epoca, da Roma a Napoli a Venezia fino alla martoriata Ucraina, non fu certo per quel poco che potevano avere appreso nei loro fugaci passaggi nei villaggi natii, a Melide, Bissone, Astano o Carona. Semmai, in alcuni casi, hanno importato da fuori quello che avevano imparato all’estero, costruendo cappelle di famiglia o palazzi nobiliari. Un contrabbando a rovescio, insomma. Ma anche così, assolutamente da non sottovalutare.
