L'opinione

Imposizione individuale, ecco chi ci guadagna, ma per davvero

La Svizzera vive da anni difficoltà di reclutamento in diversi settori: se una quota anche solo parziale di donne sposate/conviventi oggi «scoraggiate» rientrasse al lavoro, si colmerebbero lacune di personale con competenze già presenti sul territorio
© CdT / Chiara Zocchetti
Red. Online
26.02.2026 17:39

La Sessione delle Donne tenutasi a Berna il 29–30 ottobre 2021 aveva prodotto una serie di richieste politiche, poi trasmesse come petizioni alle commissioni parlamentari federali competenti. Tra queste si collocava la Petizione 21.2030, che metteva al centro un ostacolo strutturale alla parità nel mercato del lavoro: la penalizzazione fiscale del salario aggiuntivo nelle coppie sposate o conviventi (il cosiddetto «secondo reddito», spesso quello della donna).

In un sistema con imposizione congiunta o con effetti di cumulo del reddito familiare, il reddito del/della partner che rientra o aumenta il grado d’occupazione può essere tassato a un’aliquota marginale più elevata. Il risultato pratico è noto: rientrare al lavoro dopo una pausa (maternità, cura dei familiari, part-time prolungato) diventa economicamente meno interessante; inoltre, molte donne (soprattutto madri) restano bloccate in tassi d’attività ridotti o fuori dal mercato del lavoro, non per mancanza di competenze o volontà, ma per un incentivo fiscale distorto.

Non è un dettaglio tecnico: è una barriera che incide sulla libertà di scelta e sulla reale uguaglianza di accesso alla vita professionale. La Petizione 21.2030 chiedeva, in sostanza, che la politica fiscale non scoraggiasse l’attività lucrativa del partner «secondo percettore di reddito», che venisse corretta la distorsione fiscale che penalizza le coppie sposate e si rafforzasse l’incentivo al lavoro per chi oggi è scoraggiato dal prelievo fiscale sul reddito aggiuntivo.

Questo è coerente con quanto afferma anche la Confederazione nell’opuscolo del materiale di voto.

Perché ne beneficia tutta la comunità (non solo le donne), quindi? Quando più donne rientrano nel mercato del lavoro o aumentano il grado d’occupazione: crescono i contributi AVS/AI/IPG versati su salari che oggi non esistono o sono ridotti; aumentano i versamenti alle casse pensioni (LPP), migliorando nel tempo la sostenibilità del secondo pilastro, riducendo rischi futuri di dipendenza da prestazioni complementari; inoltre, lo Stato beneficia di entrate fiscali e sociali più stabili, perché più persone contribuiscono in modo continuativo. In altre parole: una misura di equità «a monte» riduce costi sociali «a valle», come la povertà in età anziana, la precarietà, la dipendenza economica.

La Svizzera vive da anni difficoltà di reclutamento in diversi settori. Se una quota anche solo parziale di donne sposate/conviventi oggi «scoraggiate» rientrasse al lavoro, si colmerebbero lacune di personale con competenze già presenti sul territorio, molte aziende ridurrebbero la necessità di ricorrere sistematicamente a personale estero o a soluzioni di emergenza e diminuirebbe inoltre la pressione a colmare i vuoti tramite manodopera esterna (in alcune regioni anche tramite frontalieri), non per contrapposizione, ma per equilibrio: prima bisogna rimuovere gli ostacoli che tengono fuori dal lavoro persone già residenti e formate. Questo non è «contro qualcuno»: è buona amministrazione del capitale umano già disponibile nel Paese. Un rientro più facile e conveniente in quanto valorizza competenze spesso sottoutilizzate, migliora l’autonomia economica femminile, riduce la dipendenza finanziaria dentro la coppia e rende più credibile l’idea che la parità non sia solo un principio astratto, ma un risultato misurabile.

Il punto politico chiave da mettere in evidenza: l’impatto reale dell’uguaglianza sostanziale sui modelli familiari. Qui sta il «nodo classico» da sottolineare; il dibattito sull’imposizione individuale è lo scontro tra l’obiettivo dell’equità fiscale, ovvero trattare ogni persona allo stesso modo come contribuente individuale, e la preoccupazione di penalizzare i modelli familiari tradizionali, in cui la donna non lavora o lavora a tempo parziale.

È proprio per questo che il tema è politicamente conteso: nonostante i profondi cambiamenti già in atto nei modelli familiari, attorno all’imposizione individuale emergono posizioni contrapposte sull’idea di famiglia, coppia e società.

Il testo in votazione l’8 marzo prossimo spinge il Legislatore a guardare al punto spesso trascurato: non basta che la norma sia neutra sulla carta; bisogna valutare se rimuove gli ostacoli che, nei fatti, tengono una parte della popolazione lontana dal lavoro.

Quindi non ci spaventino i fuorvianti, roboanti numeri portati dai Contrari all’imposizione individuale: i Cantoni già ricevono i dati dei contribuenti divisi per coniugi e ne fanno solo la somma; NON servono nuovi dati. Il software attualmente utilizzato dal Canton Ticino per analizzare ed elaborare le dichiarazioni delle tasse dovrà solo produrre un risultato suddiviso e non cumulato e quindi in pratica non servono nuovi tassatori a tempo pieno; chiedetelo pure ai dipendenti e saranno costretti a dirvi che è proprio così. Ammettiamo solo il fatto che il primo anno alcune voci nella dichiarazione dovranno trovare una collocazione che non corrisponde esattamente alla metà, ma anche questo è discutibile.

Manuel Aostalli, ex-municipale di Mendrisio, capo Dicastero Finanze