L'editoriale

La rotta è segnata, fine corsa per Zali

Politicamente, la corsa di Zali è arrivata al capolinea. Umanamente, il percorso è più complesso e appartiene a lui. Nessuno può compierlo al suo posto. Ma deve affrontarlo sapendo che non siamo più davanti a una chiacchiera al bar, detta con una birra in mano e dimenticata il mattino successivo. Le parole restano. Gli atti restano. E quando provengono da chi esercita il potere, pesano molto più delle intenzioni con cui si tenta, dopo, di ridimensionarli.
©Gabriele Putzu
Gianni Righinetti
27.07.2026 06:00

Il Mattino scarica Claudio Zali e spalanca la strada a Piero Marchesi. Lo strappo è consumato. La linea, in realtà, era stata tracciata già da un mesetto, quando il domenicale aveva fatto capire che non avrebbe sostenuto tutti per diritto acquisito, per fedeltà automatica o per semplice appartenenza d’area. Ora, però, non siamo più davanti a un avvertimento fatto filtrare tra le righe. È scesa in campo Antonella Bignasca, l’editrice che mai, in passato, aveva scelto di esporsi pubblicamente. E quando a parlare è chi il giornale d’indirizzo leghista lo possiede, lo finanzia e ne porta la responsabilità, il messaggio non è un’opinione qualsiasi. È una decisione politica. Come si dice in questi casi: chi paga comanda e chi comanda paga. Non è una battuta, ma la fotografia dei rapporti di forza. Il Mattino rivendica di non essere l’organo ufficiale della Lega. Formalmente forse sarà anche così, ma la ripetizione alla noia di un mantra svela un’altra realtà. Nella storia, nell’immaginario e nel peso elettorale del fu movimento, quel giornale non è mai stato un passante distratto. Ha accompagnato battaglie, costruito parole d’ordine, promosso candidati, distribuito benedizioni e scomuniche. Se oggi annuncia che Zali non avrà il suo appoggio non sta semplicemente commentando la cronaca.

Sta indicando una rotta. E quella rotta porta lontano da Zali e nelle braccia dell’UDC di Piero Marchesi. Il presidente democentrista aveva già posto una riserva politica sul nome del consigliere di Stato e la rottura della lista comune per il Governo era maturata prima che esplodessero gli ultimi casi. Adesso il Mattino ricuce idealmente quel rapporto: riafferma l’appartenenza al centrodestra, difende l’alleanza storica tra Lega e UDC e descrive Zali come incompatibile con quella traiettoria. Non occorre scrivere il nome del prescelto a caratteri cubitali. Basta unire i puntini. E i puntini conducono a Marchesi.

È un cambiamento epocale per la politica ticinese. Non soltanto perché un ministro leghista viene abbandonato dal giornale che più di ogni altro ha contribuito a creare e proteggere l’universo politico nel quale è stato prima promosso per direttissima e poi democraticamente eletto. L’anomalia di questo «leghista», come vediamo, ha radici profonde, fin nel metodo. Ma ora la Lega si trova davanti a una scelta che non può più rinviare: difendere Zali, assumendosi fino in fondo il costo di una decisione suicida, oppure separare il proprio destino da quello del suo consigliere di Stato. Nella riunione del vertice prevista domani sarà difficile fingere che nulla sia accaduto sulle colonne del domenicale. L’elefante non è più soltanto nella stanza: si è seduto a capotavola. Sugli aspetti penali ad avere parola sarà solo la Giustizia, ma da quando il Corriere del Ticino ha portato alla luce il sottobosco dello scandalo che ha ormai eco internazionale, Zali è diventato politicamente parlando un morto che cammina.

Resta il tema politico, ed è enorme. Il contenuto sostanziale degli audio non è stato pubblicamente smentito nel merito. In quelle conversazioni si sente un uomo convincere una donna a «riempire di botte» un’altra donna, affermare di avere già usato violenza e richiamare persino un «amico di Milano» per prospettare una spedizione punitiva. Parole che fanno venire i brividi. Non per moralismo, non per il gusto della gogna e neppure perché pronunciate da un politico. Fanno venire i brividi perché la violenza viene presentata come una soluzione possibile, reiterata, quasi normale. E a parlare è un ex giudice, già presidente del Tribunale penale cantonale, oggi presidente del Governo e uomo chiamato a incarnare le istituzioni.

Poi c’è il caso del quattordicenne, figlio di una conoscente, e quella riunione istituzionale organizzata attorno a una situazione legata alla sfera privata del ministro. Zali sostiene di non avere interferito con il potere giudiziario e di avere agito come avrebbe fatto per qualsiasi ragazzo nelle stesse condizioni. È una posizione legittima, che dovrà essere confrontata con gli accertamenti in corso. Politicamente, però, rimane una domanda elementare: un consigliere di Stato può utilizzare il peso della propria funzione per occuparsi in quel modo di una vicenda che riguarda una persona a lui vicina senza produrre almeno l’apparenza di un’ingerenza? Le istituzioni non vivono soltanto di legalità formale. Vivono di fiducia, prudenza e distanza dai conflitti d’interesse. Adoperarsi per aiutare giovanissimi caduti in disgrazia (e non per una bazzecola in questo caso) è onorevole. Ma non così, non in maniera selettiva e interessata.

Infine, c’è l’e-mail del 2020 all’allora presidente dell’Ente ospedaliero cantonale. Una missiva perentoria per sollecitare l’assunzione della medesima conoscente, arrivando a suggerire che l’EOC liberasse un posto licenziando uno dei frontalieri di cui sarebbe «farcito come un cannolo alla crema». Qui non servono grandi costruzioni teoriche. Basta leggere. Un ministro non dispone dei posti di lavoro di un ente pubblico come fossero sedie da spostare durante una cena. Non può intimare che una situazione venga «sistemata» in favore di un’amica. E non può pensare che l’avversione politica ai frontalieri autorizzi a trasformare una persona in materiale sacrificabile per fare spazio a chi gode di una conoscenza influente.

Tre episodi diversi, dunque, e tre piani che non vanno confusi. Ma anche un denominatore comune che non si può ignorare: l’idea del potere come leva personale, il suo potere sulle donne. Nelle parole, nelle pressioni, nelle convocazioni, ritorna la sensazione dell’«e qui comando io».

E veniamo al concetto della «prova di credibilità». Ed è proprio qui che il silenzio di Zali diventa assordante. Non perché un indagato debba parlare per forza delle questioni giudiziarie. Ha il diritto di difendersi nelle sedi appropriate e di non alimentare un processo mediatico. Ma un uomo politico ha anche un’altra responsabilità: spiegare ai cittadini se riconosce le proprie parole, se ne comprende la gravità, se prova rincrescimento, se ritiene ancora di poter rappresentare il Governo e se si rende conto del danno provocato alle istituzioni. Per giunta lui, uomo di legge. Finora non abbiamo ricevuto risposta alcuna. Abbiamo visto minacce di denunce, una difesa aggressiva e la scelta di proseguire le vacanze mentre il Cantone discuteva del suo caso. Abbiamo visto un passo di lato, con il trasferimento temporaneo delle responsabilità su Magistratura e Polizia, descritto dal Governo con una formula tanto diplomatica quanto nebulosa: l’Esecutivo avrebbe «auspicato e accolto» la richiesta di Zali. Un capolavoro di equilibrismo verbale. Nella sostanza, però, il presidente del Governo è stato dimezzato. E la questione della presidenza resta lì, irrisolta, come se la credibilità potesse essere messa in pausa insieme a una competenza dipartimentale.

Zali avrebbe potuto parlare almeno alla Lega. Non lo ha fatto. E neppure mezza frase di umano (non politico) rincrescimento. Zero di zero. Freddo e asettico come un cubetto di ghiaccio. La Lega, intanto, appare per la prima volta incapace di ricorrere al proprio riflesso incondizionato: serrare i ranghi, attaccare i nemici, trasformare l’accusato in vittima e sbertucciare chiunque osi formulare una critica. Il comunicato leghista ha tradito imbarazzo, preoccupazione e la coscienza che questa volta non basterà alzare la voce. Perché il problema non arriva soltanto dall’esterno. Arriva dal cuore della casa leghista. E ora arriva anche dal Mattino che ha fatto ciò che il vertice del partito non aveva ancora avuto il coraggio di fare: ha separato il futuro politico dell’area da quello di Claudio Zali. Gli eventi recenti non sono una nota a margine. Rafforzano la scelta e la rendono irreversibile.

Per questo il consigliere di Stato è oggi assolutamente solo. Solo rispetto al Mattino, che non lo sosterrà. Sempre più solo dentro la Lega, chiamata a decidere se sacrificare la propria prospettiva elettorale per proteggere un uomo che si è spesso mostrato indipendente, libero e persino distante dal linguaggio politico leghista. Zali deve guardare quanto ha seminato, distinguere la propria battaglia giudiziaria dal giudizio politico e chiedersi se possiede ancora l’autorevolezza necessaria per governare. Ma anche, ed è più profondo, quanta umanità c’è davvero nel suo animo. I colleghi dell’Esecutivo e la Lega dovranno poi assumersi le rispettive responsabilità, senza nascondersi dietro le formule e senza aspettare che sia una sentenza, magari tra anni, a risolvere un problema che è già presente oggi.

Politicamente, la corsa di Zali è arrivata al capolinea. Umanamente, il percorso è più complesso e appartiene a lui. Nessuno può compierlo al suo posto. Ma deve affrontarlo sapendo che non siamo più davanti a una chiacchiera al bar, detta con una birra in mano e dimenticata il mattino successivo. Le parole restano. Gli atti restano. E quando provengono da chi esercita il potere, pesano molto più delle intenzioni con cui si tenta, dopo, di ridimensionarli.

Martedì il vertice leghista potrà discutere formule, tempi e procedure. Potrà cercare una via d’uscita che salvi la faccia a tutti. Ma la rotta è già stata tracciata. Il Mattino ha scelto. Antonella Bignasca si è esposta. Piero Marchesi vede aprirsi uno spazio che fino a poche settimane fa sembrava soltanto una scommessa. E Claudio Zali, rimasto senza sponde, non può più affidare al silenzio la soluzione del problema. Il silenzio, questa volta, non protegge. Condanna e mette i brividi perché rimangono solo le sue parole, che abbiamo letto e sentito tutti.