Laboratori cittadini

È notizia di questi giorni l’introduzione, presso l’amministrazione comunale, di una nuova certificazione elettronica. Una sorta di timbro digitale che si affiancherà, e alla lunga forse sostituirà, le firme attualmente in uso. È soltanto l’ultima di una serie di innovazioni nate nell’ambito del Lugano Living Lab, noto anche con la sigla L*3, il laboratorio della cittadinanza digitale voluto dal Comune nel 2020 e già foriero, in pochi anni, di sperimentazioni notevoli. Cuore e anima dell’impresa, più che il sindaco da cui in ultima istanza dipende, è il segretario comunale Robert Bregy, che con il progetto del «suo» Lugano Living Lab si è identificato (ed entusiasmato) sin dal primo giorno.
Per noi storici con la testa perennemente volta a ritroso non è facile tenere il passo con una simile fucina di idee così sbilanciate verso il futuro. Sei qui che ti trastulli con gli amarcord, il ponte-diga dell’ing. Lucchini o le filande della Lanchetta, e loro introducono un agente virtuale pronto a rispondere alle domande della cittadinanza. Spulci i registri dell’Ottocento alla ricerca di qualche vecchia bega, e quelli si inventano i LugaCoin. È una battaglia persa. A bocce ferme, tra alcuni anni, si dovrà fare il punto anche su questa iniziativa di lungo corso (è il mestiere degli storici), ma ho il sospetto che il bilancio non potrà essere che positivo. Qualche progetto dei più bizzarri verrà forse accantonato, ma nel complesso si tratterà di innovazioni intelligenti destinate a restare nel nostro paesaggio urbano.
Il L*3 ha infatti un grande potenziale, e i suoi ideatori ne sono consapevoli. Vedo però anche dei rischi che, timidamente, vorrei far scivolare sul tavolo. Intanto, come in ogni laboratorio che si rispetti, servono delle cavie, e queste siamo noi, i residenti della Città di Lugano. Non per farci fare la figura dei topi, soltanto per essere consci dell’ampia disponibilità di capitale umano e sociale che il L*3 ha automaticamente e gratuitamente a disposizione. Ci sono leggi e ci sono regole (ad esempio sulla privacy) che vengono sicuramente rispettate, ma la responsabilità di chi immagina il nostro futuro è grande e l’allerta deve restare massima. Altro rischio, non minore, quello di legarsi ad aziende che hanno fatto del digitale il loro core business e che, si spera, condivideranno forse i nobili scopi dell’amministrazione cittadina. A occhio e croce, non tutte quelle che ruotano attorno all’universo Bitcoin sono di specchiata moralità.
Mentre un presente così proiettato nel futuro continua il suo veloce corso, ci si potrebbe chiedere se in passato Lugano si era già mostrata interessata a precorrere i tempi. Qualche sporadico segno, qui e là, lo vedo. Penso all’inaugurazione degli studi RSI alla Foce, negli anni Trenta, con il laboratorio di radiofonia sperimentale di Felice Filippini. Oppure alla Fiera Svizzera di Lugano, durata una ventina d’anni e concepita con lo sguardo contemporaneamente rivolto al passato (le questioni identitarie) e al futuro (la tecnologia domestica: aspirapolveri, lavatrici).
E non dimentichiamo l’Istituto Dalle Molle, uno dei nuclei fondanti di USI e SUPSI che alla metà degli anni 80, a Villa Ciani, promuoveva già mostre d’arte creata dal computer. E le banche? Non vorrei suonare impietoso, ma quello più che un laboratorio fu (anche) una lavanderia, nel senso che l’attenzione all’innovazione e il servizio in favore della cittadinanza sono spesso stati secondari all’uso di pratiche opache nella gestione dei capitali, soprattutto stranieri. Prova ne è la fatica con cui il settore è riuscito, dopo le crisi degli anni Novanta e primi Duemila, a ricostruirsi la verginità perduta. Anche per queste ragioni oggi punterei più sulla blockchain (cioè sugli aspetti tecnologici e giuridici) e meno sulle criptovalute, che non fanno che ricordarci un passato che, in parte, sarebbe bene poter dimenticare.
