Le lettere del vescovo

Da più di tre anni ormai la Diocesi di Lugano è retta da un amministratore apostolico e non da un vescovo titolare. Quella che doveva essere una soluzione temporanea ha finito per diventare quasi una routine, ed è comprensibile il sentimento di chi vorrebbe presto una decisione definitiva da parte della Santa Sede, in ottemperanza agli accordi vigenti tra lo Stato del Vaticano e la Confederazione (tra cui la famosa clausola del “ressortissant tessinois”). Chissà che il 2026 non sia l’anno giusto perché l’impasse, per un verso o per l’altro, si sblocchi, con l’individuazione di una nuova figura, o con la ticinesizzazione di un vallesano... Quale che sia, ai fedeli resta per ora soltanto una fiduciosa attesa, condita con un altro po’ di pazienza.
Dal punto di vista storico, la presenza di un amministratore apostolico ha rappresentato una sorta di flash back, un ritorno al passato su su fino ai tempi di Eugenio Lachat e Vincenzo Molo – entrambi ancora ben dentro il XIX secolo – di Alfredo Peri-Morosini, Aurelio Bacciarini e Angelo Jelmini, tutti reggenti privi di titolo pieno, fino alla svolta del 1971 con l’elezione del primo, vero vescovo di Lugano nella persona di mons.
Giuseppe Martinoli. Il resto è storia recente.
Sarà che le vicende diocesane ticinesi coprono oramai un buon secolo e mezzo, offrendo così una materia ricca e trasversale, ma non sono mancati negli ultimi anni gli studi dedicati espressamente ai vescovi luganesi. La breve e però assai proficua esperienza terrena di Eugenio Corecco (1931-95) ha stimolato le ricerche di Antonietta Moretti, la nascita di un’Associazione di Amici e più recentemente l’istituzione di una cattedra presso la Facoltà di Teologia, con convegni internazionali attorno alla sua opera e alla sua figura. Di Giuseppe Torti (1928-2005) si è occupato soprattutto Giuseppe Zois, già direttore del suo “Giornale del Popolo”, mentre si annuncia all’orizzonte una monografia dedicata proprio al fondatore del quotidiano cattolico, cioè Aurelio Bacciarini (1873-1935).
Di sé ha invece sempre fatto parlare, pur se a denti stretti e con malcelata malizia, Alfredo Peri-Morosini (1862-1931), un prelato ticinese di grande cultura e di vasta esperienza politica e diplomatica troppo spesso costretto, nella memoria collettiva, alla parte conclusiva della sua parabola, quando dovette fronteggiare accuse di comportamenti inappropriati, fino alle inevitabili dimissioni. Bene fa quindi ormai da alcuni anni don Carlo Cattaneo, responsabile dell’Archivio storico diocesano, a studiarne la figura senza pregiudizi, tornando a far parlare le carte (al posto dei pettegolezzi) per restituire tridimensionalità e spessore storico a questo ecclesiastico rimasto vittima, purtroppo, della sua cattiva fama. Un bel esempio è la recente pubblicazione di un ricchissimo carteggio tra mons. Peri e l’amica Giuseppina Calderara, un’umile signora luganese che giocò un ruolo importante negli anni di formazione del futuro vescovo, del quale fu una confidente sincera e apprezzata.
Mentre il giovane Peri studiava a Gorla Maggiore e poi a Roma, durante i pontificati di Pio IX e Leone XIII, la Calderara lo aggiornava costantemente sulle vicende luganesi, in anni che videro dapprima il ritorno al potere dei conservatori (1877-90) e poi un nuovo colpo di stato dei liberali. Anni difficili per la politica e la popolazione ticinesi, che mons. Peri seguiva da lontano – preso da mansioni sempre più importanti in seno alla diplomazia vaticana – senza sapere (o forse sì) che un giorno avrebbe finito per reggere le sorti della Diocesi luganese. Il fitto carteggio con la Calderara, assicura don Cattaneo, è soltanto l’inizio, perché molti sono i documenti emersi recentemente dall’archivio privato di Peri-Morosini. Un assaggio verrà offerto, per chi vuole, in occasione della presentazione ufficiale al pubblico il prossimo 14 gennaio, alle ore 18, presso la Biblioteca Salita dei Frati.
