L'opinione

Lupo in Svizzera: una convivenza sempre più difficile da gestire

L'opinione di Davide Lafranchi, medico veterinario
©Chiara Zocchetti
Red. Online
20.07.2026 11:29

Dalla quasi estinzione negli anni Settanta a una presenza stabile su tutto l’arco alpino. Il ritorno del lupo rappresenta uno dei più importanti successi della conservazione della fauna selvatica europea, ma pone oggi interrogativi sempre più urgenti sulla convivenza tra grandi predatori, agricoltura di montagna e gestione del territorio.

Nel 1973 in Italia venivano censiti appena un centinaio di lupi concentrati prevalentemente nell’Appennino centro-meridionale. Grazie alla protezione legale introdotta negli anni successivi, all’abbandono di molte aree rurali e alla crescita delle popolazioni di ungulati selvatici, la specie ha progressivamente riconquistato gran parte del territorio alpino.

In Svizzera il ritorno del lupo è iniziato negli anni Novanta. Nel 2012 era presente un solo branco riproduttivo e si stimavano circa undici individui. Oggi la popolazione è cresciuta fino a circa 350 esemplari distribuiti in 43 branchi. In Europa si contano ormai oltre 20.000 lupi. Questa espansione ha reso necessario sviluppare strumenti di gestione sempre più articolati. La cosiddetta Strategia Lupo Svizzera si fonda su tre pilastri: la protezione delle greggi, la regolazione reattiva degli esemplari responsabili di predazioni ripetute e, dal 2023, la regolazione preventiva dei branchi prevista dalla revisione della Legge federale sulla caccia.

Le misure di protezione comprendono l’impiego di pastori, cani da protezione e recinzioni elettrificate. Tuttavia, la loro applicazione risulta spesso complessa nelle regioni alpine. Secondo numerosi operatori del settore agricolo, circa l’80% degli alpeggi e delle superfici di pascolo ticinesi presenta caratteristiche che rendono difficile o economicamente eccessivamente onerosa l’applicazione completa delle misure previste dalla normativa.

Il problema non riguarda soltanto il numero di animali predati. Gli allevatori segnalano un aumento dei costi di gestione, maggiori esigenze di sorveglianza e crescenti difficoltà nell’organizzazione dell’attività pastorale. In molte realtà montane la preoccupazione riguarda il futuro stesso dell’alpeggio tradizionale.

La questione assume particolare rilevanza perché la pastorizia non svolge soltanto una funzione economica. Pecore e capre contribuiscono da secoli al mantenimento di prati e pascoli alpini, ambienti che ospitano una ricca biodiversità vegetale e animale. L’abbandono di queste attività favorirebbe il progressivo avanzamento del bosco e la trasformazione di habitat che caratterizzano il paesaggio alpino.

Parallelamente si discute anche degli effetti della crescita della popolazione di lupo sulla fauna selvatica. La specie si nutre prevalentemente di ungulati come cervi, caprioli e camosci. La crescita annua della popolazione di lupo viene stimata attorno al 40%, un valore particolarmente elevato rispetto a molte altre specie presenti sulle Alpi. Gli effetti di questa espansione continuano a essere oggetto di monitoraggio e confronto tra biologi, gestori della fauna e mondo agricolo.

Di fronte all’aumento del numero di branchi, la politica ha progressivamente modificato il proprio approccio. Oltre 350 mozioni e interventi parlamentari sono stati dedicati negli ultimi anni al tema del lupo e dei grandi carnivori. Dal 2023 la Confederazione ha introdotto la possibilità di effettuare interventi preventivi sui branchi e il dibattito si concentra ora sulla definizione degli obiettivi futuri di gestione.

Tra il 2023 e il 2026 sono stati prelevati in Svizzera circa 240 lupi nell’ambito delle misure di regolazione reattiva e proattiva. Nonostante ciò, le stime indicano una popolazione ancora in crescita che potrebbe raggiungere o superare i 400 individui entro la fine del 2026.

Anche altri Paesi europei stanno affrontando problematiche analoghe. Svezia e Norvegia, ad esempio, hanno sviluppato sistemi di gestione che combinano conservazione della specie, indennizzi agli allevatori e interventi di regolazione numerica. Le esperienze internazionali mostrano come la sfida non sia più il ritorno del lupo, ormai acquisito, ma la ricerca di un equilibrio duraturo tra tutela della biodiversità e attività umane.

La recente Mozione Regazzi si inserisce proprio in questo contesto. La proposta mira a definire criteri più chiari per il controllo numerico delle popolazioni di lupo e per la gestione territoriale della specie. Il dibattito resta aperto, ma una realtà appare ormai evidente: in poco più di dieci anni la Svizzera è passata da un solo branco riproduttivo a oltre quaranta.

La vera sfida dei prossimi anni sarà trovare una forma di convivenza sostenibile tra il grande predatore, l’agricoltura di montagna, il turismo e la gestione della fauna selvatica. Una sfida che richiederà decisioni basate su dati scientifici, esperienza sul campo e capacità di mediazione politica.

Davide Lafranchi, medico veterinario

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