Opinione

Neutralità non significa indifferenza

L'opinione di Mario Borsese, membro di comitato cantonale del PVL (Verdi Liberali) nonché ex vicepresidente
Un edificio distrutto da un drone russo a Zaporizhzhia, in Ucraina.©Evgeniy Maloletka
Red. Online
23.09.2026 17:15

La Svizzera è neutrale da secoli, ma la sua neutralità non vive solo perché è scritta nelle norme. Vive soprattutto perché gli altri Paesi la riconoscono come tale, si fidano della sua indipendenza e sono disposti ad affidarle un ruolo di mediatore. Un esempio concreto è il mandato con cui, dal 1980, la Svizzera rappresenta gli interessi degli Stati Uniti in Iran: un compito possibile grazie alla credibilità costruita nel tempo.

Per questo considero pericoloso confondere neutralità e indifferenza. Essere neutrali significa non partecipare militarmente a una guerra; non significa chiudere gli occhi davanti a violazioni gravi del diritto internazionale o della dignità umana. L’invasione russa dell’Ucraina, la deportazione di bambini ucraini o le gravissime accuse legate alla guerra a Gaza mostrano quanto sia necessario conservare una capacità di giudizio politico e morale. In questo senso torna attuale il richiamo di Gramsci contro l’indifferenza.

Le sanzioni rientrano in questo spazio: non sono un atto di guerra, ma uno strumento politico ed economico. La stessa Confederazione considera in linea di principio compatibile con la neutralità l’adozione di sanzioni anche al di fuori dell’ONU. Rinunciare preventivamente alla possibilità di applicarle autonomamente significherebbe, a mio avviso, privare la Svizzera di uno strumento importante.

C’è poi il tema della sicurezza. La Svizzera è nel cuore dell’Europa e non può realisticamente pensare di garantire da sola ogni aspetto della propria difesa. Cooperazione, interoperabilità, ricerca, cyberdifesa, difesa aerea e acquisti coordinati con i Paesi vicini sono utili ed economicamente razionali. Non a caso la Svizzera coopera già con la NATO nel Partenariato per la pace, senza rinunciare alla neutralità.

Infine c’è la solidarietà. Nessuno può sapere come reagirebbero gli altri Stati se un giorno la Svizzera fosse aggredita. Ma è legittimo chiedersi quanto sarebbe spontanea la solidarietà verso un Paese percepito come cieco davanti alle violazioni altrui o come opportunista, pronto a beneficiare della stabilità europea senza assumersi responsabilità quando essa viene minacciata.

La neutralità è quindi anche reputazione. E una neutralità troppo rigida potrebbe paradossalmente indebolire quella credibilità che rende la Svizzera utile come mediatrice. Essere neutrali non significa stare zitti. Significa non essere parte della guerra, restando però parte del mondo.