L'opinione

Opinioni e democrazia

L'opinione dell'avvocato Carlo Baggi
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Red. Online
06.10.2026 11:20

In uno dei Dialoghi (Teeteto, 152a) il filosofo Platone riporta i discorsi tra Socrate e Teeteto in merito alla veridicità di una affermazione di Protagora (Protagora di Abdera 490 a.C.- 415/411 a.C., retore e filosofo, considerato padre della Sofistica): «Di tutte le cose è misura l’uomo; di quelle che esistono in quanto esistono e di quelle che non esistono in quanto non esistono». In particolare, i due personaggi discettano sulla portata delle opinioni adducendo ad esempio gli effetti provocati da un “soffio di vento”, che può essere percepito da uno freddo e da un altro no. La conclusione, in sintesi, è che se l'opinione di chiunque fosse sempre vera, non esisterebbe una verità oggettiva e quindi non esisterebbe alcuna differenza tra sapere e non sapere. Il che non è.

Al di là dei ragionamenti filosofici, esiste comunque un punto di partenza nel definire la natura delle opinioni come considerazioni personali, soggette a possibili ripensamenti e indipendenti da una conoscenza tecnica specifica. Tenuto conto di queste caratteristiche l’opinione appare così insidiata da tre vulnerabilità.

La prima è data dall’influsso di modelli di valutazione che possono condizionarla come potrebbe accadere, per esempio, con il potere esercitato dal “politicamente corretto”. La seconda vulnerabilità risiede nell’origine della convinzione; la terza, infine, è suscitata da un fraintendimento del concetto di democrazia.

Esaminiamo il primo aspetto. Recentemente in Italia, sull’onda di un libro, ha preso vita l’espressione “il mondo al contrario”; un’affermazione che ha lo scopo di attirare l’attenzione sul fatto che regole di comportamento, a volte secolari, sono state abbattute e sostituite con altre, incompatibili con quelle che la tradizione definisce normali. In ogni caso, è comunque un dato di fatto inconfutabile che a partire dagli anni 70 del secolo scorso, per quanto concerne i costumi e dagli anni 80, per la prospettiva di un progetto di geopolitica globale, il pensiero collettivo si sia diretto verso forme di omologazione e di polarizzazione sempre più significative. Cambiamenti che hanno prodotto dapprima una “moda di essere”, per poi trasformarsi in un esplicito “modo di essere”, sorretti dalla formazione di masse consenzienti. L’obiettivo finale di quelle mutazioni epocali, che per certi aspetti è già possibile intravvedere, è quello di rafforzare forme di “assenso di Stato”, tali da poter rendere ardua l’espressione di ogni opinione in collisione con i target del sistema.

Su questo punto è interessante, anche a prescindere dagli aspetti squisitamente teologici, richiamare per la sua inquietante prospettiva un passo scritto venti secoli or sono e contenuto nel libro dell’Apocalisse (Apocalisse 13:17). In quel testo si descrive il regime imposto da una «Bestia che viene dalla terra» (un’allegoria per indicare la natura del sistema politico-economico imperante nell’ultimo tempo) che schiavizza le masse, dopo averle plagiate, con misure coercitive. In particolare, si afferma che quel regime «…faceva sì che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi, fosse posto un marchio sulla loro mano destra o sulla loro fronte, e che nessuno potesse comperare o vendere, se non chi aveva il marchio o il nome della bestia o il numero del suo nome». Si osservi come l’innesto di quel segno enfatizzi simbolicamente non solo l’assoluta manipolazione degli esseri umani, nel momento in cui la fronte rappresenta il pensiero e la mano destra l’azione, ma anche il totale controllo.

Per quanto concerne la seconda vulnerabilità che insidia le opinioni, essa si rileva nel rapporto esistente tra l’origine della convinzione e l’oggetto della riflessione.

Il punto è importante perché un’esperienza personale, o comunque una persuasione soggettiva, non può ritenersi del medesimo livello di un “sapere” o di un “conoscere”.  L’opinione è dunque un’espressione che si basa su una credenza perché, se fosse presente il sapere, quell’opinione si trasformerebbe in un parere. Se poi da quel sapere procedesse la conoscenza, il parere diverrebbe un giudizio sui fatti in esame. Questo aspetto ci porta alla terza vulnerabilità: il fraintendimento del concetto di democrazia. È ovvio che tra i meriti della democrazia si annoveri il riconoscimento della libertà di espressione in tutte le sue manifestazioni, purché non contrarie alle leggi vigenti. Si tratta, tuttavia, di una libertà che per godere di buona salute necessita di poter essere esercitata in un luogo in cui anche la visione politica si trovi in tale stato. Il semplice richiamo alla “democrazia” non è, pertanto, un elemento sufficientemente rassicurante, né per considerare libere le espressioni e gli intenti delle singole opinioni, né per ritenere tali le finalità di chi esercita il potere politico.

È un ricordo ormai storico che i regimi dei paesi dell’ex blocco sovietico si erano formalmente definiti “Repubbliche democratiche” quando, nei fatti, erano regimi autoritari e intolleranti verso ogni opinione che non fosse in sintonia con quella del potere dominante. Allo stesso modo nella Storia è sovente accaduto che movimenti di opinione liberali abbiano supportato, a volte inconsapevolmente, tragiche dittature.

Un pericolo che attualmente non è così lontano dal Continente europeo, nel momento in cui un pericoloso conflitto appare essere alimentato da una determinazione politica sempre più risoluta a dirigere fatti e formare opinioni verso l’idea che uno scontro generale sia ineluttabile. Il risultato predittivo di tutto ciò è che se dovesse accadere che il “crisma” democratico fosse apposto unicamente alle opinioni in linea con il pensiero dominante, mentre quello dissidente restasse relegato a fake news, per l’Europa sarebbe la fine, e non solo della democrazia. E questa non è una “opinione”.

Avv. Carlo Baggi

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