Palestina: l’inazione immorale del DFAE e le sue conseguenze

Pogrom. È così che Omer Bartov, storico israeliano della Shoah, chiama le violenze dei coloni ebrei sui palestinesi. Violenze sulle quali hanno finalmente aperto gli occhi vari paesi che hanno preso posizione sui bandi del Governo Netanyahu per 3400 costruzioni nella “Zona E1” a nord-est di Gerusalemme, che dividerebbero in due la Cisgiordana, allontanando ulteriormente la prospettiva di uno stato palestinese. Persino Italia e Germania hanno dichiarato che: “Le imprese non devono prendere in considerazione la partecipazione agli appalti, [ …per le…] conseguenze legali e reputazionali […] di gravi violazioni del diritto internazionale”. E il nostro Dfae? Con un gradino di ritardo sugli altri paesi europei, due gradini sul diritto internazionale, e tre sulla morale, non modifica una evidentemente inefficace condanna dell’agosto 2025. Ma ancora niente (neanche minacce di…) sanzioni, di quella pressione internazionale che i paesi firmatari delle Convenzioni di Ginevra si sono impegnati a esercitare, che tanti intellettuali ebrei vedono come la sola forza che potrebbe rendere Israele consapevole del delirio di ingiustizia e violenza nella quale si è avviato; pressione che portò alla liberazione di Nelson Mandela e alla fine dell’apartheid in Sudafrica.
Le conseguenze ai miei occhi sono disastrose. Per l’immagine della Svizzera verso gli altri paesi, che ci hanno lasciato soli a ricordare “i buoni uffici” dei quali nessuno sembra avere memoria o utilità. Ma più sottilmente su di noi, sulla trama del nostro tessuto sociale, fatta di valori comuni e di fiducia nelle istituzioni. La differenza tra una regola calpestata e una regola che non esiste più (con conseguenze ancora peggiori) è nello sguardo degli astanti: se reagiscono o se guardano dall’altra parte. La perdita di autorevolezza di un capo che non si oppone nei fatti a un’ingiustizia è una delle nozioni di base della buona gestione: la delegittimazione è assicurata. Possibile che non valga per Ignazio Cassis? E il cattivo esempio ha conseguenze ed emuli: il rifiuto dei partiti borghesi il 16 giugno di accogliere un nuovo contingente di bambini palestinesi feriti (malgrado questa volta il preavviso favorevole del Consiglio federale). Fino all’assenza di una presa di posizione della Federazione dei medici svizzeri (FMH) sulla detenzione arbitraria, le torture e il divieto di accesso al CICR per i colleghi detenuti nelle prigioni israeliane, nonostante sia stata chiamata a posizionarsi.
Per fortuna non tutti questo esempio lo seguono. Vari accademici svizzeri hanno creato una rete di sostegno agli studenti palestinesi (tanti di medicina) che malgrado tutte le difficoltà vogliono dare un futuro al loro paese. Forse dovrei dare quest’anno a loro la mia quota di membro FMH, almeno finché (seguendo il nuovo corso del Dfae? mi piace sognare…) non mostrerà più coerenza e più decenza nel rispettare i valori di umanità, verità e giustizia che vorremmo comuni nel nostro paese.
Pietro Majno Hurst, medico
