Il ponte-diga

Pedinamenti silenziosi

La rubrica di Pietro Montorfani
©Gabriele Putzu
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
18.09.2025 06:00

Deve essere andata più o meno così: un distinto signore con baffetti e bombetta che si aggirava nottetempo sulle pendici di Besso, appostato di nascosto a controllare da vicino le nuove venute, timoroso di sviluppi futuri. Riusciamo a immaginare la scena? Fa sorridere oggi a raccontarla, anche perché ben altri sentimenti avrebbero dovuto forse suscitare le miti suore di Moncucco, che il prossimo 20 settembre festeggeranno i 125 anni dalla loro venuta nella Svizzera italiana, con una giornata di porte aperte durante la quale si potrà ripercorrere la storia di quella lungimirante iniziativa, nata sotto il segno dell’accoglienza e della cura.

La piccola clinica sulla collina, fondata nell’estate del 1900 come succursale della Casa di salute Valduce e gestita dalla Pia Unione delle sorelle infermiere dell’Addolorata, è divenuta con il tempo il Gruppo Ospedaliero Moncucco: una realtà complessa e articolata suddivisa tra le sedi di Lugano e Locarno (Santa Chiara) che può ben dirsi un vanto del sistema sanitario del Canton Ticino. Ne abbiamo avuto la riprova in occasione della recente pandemia, quando privato e pubblico hanno collaborato in modo virtuoso per fare fronte a un’emergenza che non si vedeva da tempo in termini così estremi. Che tutto sia nato dal carisma di una giovane donna di Como, Giovannina Franchi (1807-72), è ancora più sorprendente. Tanto più che all’inizio non sono mancati i bastoni tra le ruote.

Erano i primi anni del secolo XX e in tutta Europa si stava assistendo a un revival di sentimenti anticlericali, un fuoco tenuto acceso soprattutto dalle frange più militanti dei partiti di ispirazione liberale, memori delle oramai lontane vittorie del Quarantotto. A Lugano, interpretando su scala locale il medesimo slancio ideologico, fu particolarmente attivo un nome che oggi dirà forse poco: Emilio Bossi detto “Milesbo”, un giornalista e agitatore radicale a cui non andava giù che una manciata di suore italiane potesse stabilirsi impunemente in Ticino. «Il nostro Governo» scriveva infatti su “L’Azione” nel giugno del 1906 «ha ricevuto ieri da Berna un decreto del Consiglio federale del 22 maggio che espelle le suore di Moncucco perché riconosciute costituire una Congregazione religiosa, dando loro un termine di tre mesi per andarsene. Finalmente!». Il sospiro di sollievo di Milesbo giungeva dopo mesi di pedinamenti silenziosi intesi a documentare, agli occhi della polizia cantonale, la presenza a Lugano delle minacciose suore di Valduce, in spregio all’articolo 52 della Costituzione federale del 1874 che impediva a nuovi ordini religiosi l’ingresso in Svizzera dopo quella data.

A Bossi, che si era fatto delatore fino ai più alti gradi dell’amministrazione federale (il presidente Ludwig Forrer e il cancelliere Charles Oser), risposero naturalmente i giornali conservatori, in una tenzone politica dal sapore antico che ha il merito di mettere sotto i nostri occhi i veri termini della questione: le istituzioni cantonali, nonostante l’enfasi sulle statalizzazioni massicce degli anni precedenti, all’inizio del Novecento erano ancora lontane dal poter garantire un pur minimo livello di assistenza. Ne sapevano qualcosa all’Ospedale civico, che senza più suore si era trovato improvvisamente confrontato a una drammatica carenza di personale e a costi di gestione non più sostenibili. In quel contesto, con bene in mente quali erano i reali bisogni della popolazione (sociali, oltre che sanitari in senso stretto), nacque la Clinica Luganese, che con uno stratagemma giuridico suggerito dal futuro Consigliere federale Giuseppe Motta riuscì comunque a restare in Ticino, mettendo definitivamente radici. Sfido qualunque discendente odierno di Milesbo a dire che, in fondo, non sia andata meglio così.