Pianificazione «upside down»: per una Lugano oltre la mediocrità

È sempre istruttivo osservare come la pianificazione urbana possa essere spinta agli estremi da cittadini desiderosi di contribuire alla vita sociale. Spesso, queste proposte portano sotto i riflettori idee che suscitano scetticismo ma che, seppur destinate a non concretizzarsi, mostrano ex negativo i limiti dei cambiamenti auspicati. Esse rivelano fin dove i progetti esistenti possano — o non debbano — essere spinti: se le proposte eccedono, poco male; al massimo, i proponenti si espongono al ridicolo.
L’idea di trasformare il lungolago in una spiaggia è palesemente irrealizzabile, eppure dimostra quanto sia preziosa la struttura storica che definisce il bordo lacustre. Proprio in virtù del suo valore storico, essa va preservata a ogni costo, evitando di banalizzarla con installazioni di dubbio gusto come i cartelli «Amo Lugano» — povere concessioni a un turismo di massa che sarebbe meglio scoraggiare.
Allo stesso modo, la proposta «green» di trasformare il Campo Marzio in una gigantesca area verde rivela involontariamente (come mostrato dai rendering sul Corriere del Ticino del dicembre 1925) un intento meno nobile: quello di legittimare la torre di cinquanta metri prevista nella zona. Emerge così un problematico conflitto d'interessi, che sembra favorire dinamiche private a scapito del bene pubblico. Per non parlare dell'ipotesi di un’isola rotante nel lago: pura fantasia, di cui è persino difficile comprendere la pubblicazione.
Se la pianificazione lasciata ai cittadini mostra difetti strutturali, è pur vero che nel Municipio e nel Consiglio Comunale mancano visione e lungimiranza. È necessario cercare strade alternative. Se così non fosse, il primo non limiterebbe il quadro pianificatorio di Piazza ex-Scuole — un comparto tra i più prestigiosi della città — all’inserimento di un parcheggio per biciclette. Il secondo non avrebbe votato il credito per il nuovo stadio prima di quello per il Palazzo dei Congressi, specialmente quando era già evidente che la gestione sportiva dell’epoca fosse una creazione mediatica priva di identità, destinata al fallimento o alla speculazione.
Se la pianificazione di Cornaredo non fosse stata dettata da interessi speculativi già vent'anni fa, avremmo potuto realizzare uno stadio cantonale unico (al servizio di Lugano, Bellinzona e Locarno) situato a Bellinzona, baricentro del Ticino. Con una firma architettonica del calibro di Calatrava, oggi il Cantone disporrebbe di un landmark internazionale lungo i principali flussi di transito nord-sud. Lugano, dal canto suo, avrebbe potuto alienare i terreni di Cornaredo a privati, risanando le proprie casse. Forse questo passo è ancora possibile: ridimensioniamo le strutture non necessarie allo sport popolare e integriamo il resto in un nuovo centro vitale attorno al CinéStar. Il calcio professionistico, ormai business globale, può tranquillamente trovare casa a Bellinzona, raggiungibile in venti minuti via TILO.
Davanti alla scarsità di idee lungimiranti — come la miope proposta di completare Villa Ciani con un padiglione fieristico secondario — occorre un cambio di paradigma. Il vero capitale turistico e congressuale risiede in un ambiente storico e naturale ben conservato. Perché non affidarsi a un grande architetto di fama internazionale? Bisognerebbe concedere libertà progettuale, superando le prescrizioni restrittive di piani regolatori spesso influenzati da logiche di parte che impediscono soluzioni innovative.
Su aree come il Campo Marzio, un grande studio potrebbe proporre soluzioni di ampio respiro, magari integrando il comparto sud, deviando il traffico e destinando parte del settore nord a residenze di alto standing per generare profitti per la Città, riservando l'edilizia a pigione moderata ad altre zone più idonee.
Lo stesso vale per l’area ex-Scuole. In questo comparto, secondo solo a Via Nassa e Piazza Riforma, uno «starchitect» potrebbe realizzare un complesso multifunzionale: trasporti sotterranei (tram, bus e shopville) e una superficie vibrante di uffici, negozi, appartamenti e cinema. È una sfida che richiede maestria: inserire una struttura complessa in un contesto storico darebbe lustro alla città, restituendole quell'aura di «piccola metropoli» che è andata sbiadendo negli ultimi decenni.
Non possiamo sottrarci a queste sfide limitandoci a piccoli interventi di decoro o parcheggi alberati. Serve il coraggio di affidarsi a uno sguardo esterno, critico e lucido. Se continuiamo a bandire concorsi in modo che solo la mediocrità possa prevalere, i talenti capaci di portare vere innovazioni non prenderanno nemmeno in mano la matita. Se non cambiamo rotta, continueremo a girare nel circolo predefinito di una politica locale disillusa, dove la carriera e l'interesse partitico prevalgono sul bene comune. È, prima di tutto, una questione di mentalità.
