Presepi sommersi

Ametterli tutti in fila c’è da uscirne ubriachi di stimoli: da Halloween a Capodanno passando per il Black Friday, il Solstizio d’inverno e gli altri appuntamenti che l’agenda del consumismo mordi-e-fuggi stipa in questo periodo dell’anno anche alle nostre latitudini. In mezzo a tutto questo carnevale hai voglia intravedere, anche solo da lontano, quello che una volta si sarebbe chiamato «lo spirito del Natale». Eppure, mi dico, qualche piccola luce deve pur essersi preservata qua e là, sopravvissuta allo slalom tra le americanate e gli chalet posticci tirati su davanti ai palazzi secenteschi nel centro storico di Lugano. Un po’ come i presepi sommersi: ci sono, ma faticano a mettere la testa fuori dall’acqua. Dobbiamo andare noi a cercarli. L’errore sta naturalmente nel manico, cioè nelle cause che hanno permesso e favorito l’inaridimento dell’anniversario fondante della civiltà cristiana: la nascita del Salvatore, preludio e introduzione alla Pasqua, quell’unico grande fatto in due momenti – la nascita e il sacrificio – che il profeta Isaia già aveva prefigurato nelle vesti insanguinate del Bambino («quare rubicunda sunt vestimenta tua?») e da cui Giorgio Orelli trasse una delle più belle poesie sul Natale: «Nascevi. Le Tue vesti erano rosse? / Ma qui la neve orma alcuna non serba / del sangue da Te sparso, d’ogni sangue / dagli uomini versato…» (1944, se le date hanno ancora un peso). Certo la colpa di questo svuotamento di senso non è di qualche immigrato, magari islamico, che per primo si sia dato la briga di iniziare a smontare un pezzo alla volta il cosiddetto Natale tradizionale. Se siamo onesti ci tocca ammettere che si è trattato semmai di un prolungato harakiri tutto interno alla cultura occidentale, un suicidio collettivo anticipato dal Santa Claus della Coca Cola (anni trenta) e continuato con incosciente leggerezza fino ai nostri giorni. Il cuore della questione, in fondo, sta nello slittamento impercettibile, e però inesorabile, che dall’idea del dono-sacrificio (quello di Gesù) ci ha portati al dono-godimento (il nostro). Siamo passati – davvero senza accorgerci? – dall’altruismo all’egoismo. Il resto non è che una conseguenza.
Come compito per il Natale 2023 mi sono messo quindi alla ricerca di questi presepi sommersi di gratuità. Ne ho trovato subito uno nella masseria di Cornaredo, restaurata con il concorso virtuoso di istituzioni pubbliche e private (dal Rotary Club Lugano Lago alla Fondazione Francesco) e oggetto tra l’altro di un bel libro delle Edizioni Fontana, i cui proventi andranno interamente a sostegno dell’opera di fra Martino. In attesa che sorgano le torri fantascientifiche del nuovo quartiere della Resega, che toglieranno aria e luce all’intero comparto, con il suo abbraccio proteso verso la Città (l’immagine era di Marco Borradori) la masseria di Cornaredo continuerà a portare il vessillo di un modo diverso di concepire gli spazi comuni e l’utilizzo del territorio, nel rispetto tutto francescano delle risorse che ci sono state assegnate.
Nonostante i buoni propositi, neanche stavolta potrò partecipare invece al pranzo solidale al quale mi invita da un paio d’anni il mio amico Roberto, organizzato ogni 25 dicembre nella Sala Cittadella di Molino Nuovo. Il solo riceverne l’invito è comunque un monito a immaginare un Natale diverso. E diverso sarà decisamente il Natale di tutti i Natali, quello di Betlemme, la cui comunità cristiana ha scelto di vivere questi giorni con la maggiore sobrietà possibile, per rispetto e vicinanza nei confronti delle vittime del conflitto palestinese. Forse non tutti sanno che la gestione strategica dell’Holy Family Hospital di Betlemme passa anche da Lugano, grazie all’impegno della locale delegazione dell’Ordine di Malta. Un’istituzione ospedaliera voluta da Giovanni Paolo II la cui missione è decisiva per garantire maternità sicure in una parte del mondo tra le più martoriate, e che si può sostenere anche da qui. Sarebbe un regalo davvero consono con lo spirito del Natale. Non un sacrificio ma un dono.
