Prima che sia tardi

Le proteste che negli ultimi mesi hanno attraversato diverse piazze europee, a volte purtroppo violente, nascono da una percezione sempre più diffusa: la ricchezza si concentra in poche mani, e chi vive del proprio lavoro sente di perdere terreno. Non condivido in alcun modo la violenza. Ma la percezione che la alimenta non si può liquidare come invidia sociale.
I numeri lo confermano. Secondo il World Inequality Report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede circa tre quarti della ricchezza globale, mentre alla metà più povera resta il 2%. Meno di 60'000 persone ne detengono oltre il 6%, contro il 4% del 1995.
L'intelligenza artificiale rischia di accelerare il fenomeno. Lo riconosce anche il Fondo Monetario Internazionale, che difficilmente si potrebbe accusare di velleità rivoluzionarie: le macchine sostituiscono una parte del lavoro e fanno salire i rendimenti del capitale, già concentrato in poche mani. Chi le possiede guadagna due volte.
Si potrebbe sperare che i pochi, per lungimiranza o almeno per autoconservazione, garantiscano a tutti una vita dignitosa. La storia offre precedenti: Bismarck introdusse le pensioni per togliere consenso ai socialisti, e lo Stato sociale del dopoguerra fu anche un argine al comunismo. Ma le élite hanno sempre fatto concessioni perché avevano bisogno delle persone come lavoratori, soldati e consumatori. L'intelligenza artificiale rischia di spezzare proprio questa dipendenza. Se la ricchezza nascerà dalle macchine, l'autoconservazione potrebbe garantire il minimo per evitare la rivolta, ma non la dignità. Roma distribuiva grano gratuito alla plebe; la plebe, però, non governava Roma. E le rivoluzioni hanno vinto quasi sempre quando i soldati si sono rifiutati di sparare sulla folla: una macchina non esita e non diserta.
Lavoro da molti anni in banca, e proprio per questo credo che governare questi squilibri non sia un'iniziativa contro chi ha successo, ma una condizione perché il successo stesso, e la convivenza civile, restino possibili. Il principio è semplice: costruire regole che funzionino anche il giorno in cui al potere dovesse arrivare il peggiore, e farlo ora, finché le persone hanno ancora un peso economico e politico.
Le idee non mancano, e non sono nuove: economisti come Gabriel Zucman e Daron Acemoglu ne discutono da anni. Propongo di metterle insieme. Allargare la proprietà, non solo i sussidi: un sussidio si può revocare, una quota di proprietà no, e fondi pubblici potrebbero detenere partecipazioni nelle aziende dell'IA. Introdurre un'imposta minima globale sui grandi patrimoni che, come quella già in vigore per le multinazionali, non uniformi le aliquote ma fermi la corsa al ribasso. Mantenere una decisione umana dietro ogni uso della forza. Impedire che il controllo dell'IA si concentri in pochi soggetti. E difendere la democrazia come canale del conflitto: i movimenti nonviolenti vincono circa il doppio delle volte di quelli violenti, perché la violenza compatta il potere e gli offre il pretesto per reprimere.
Non so se queste proposte troveranno attuazione. Nel novembre 2025 gli svizzeri hanno respinto con il 78% l'imposta federale sulle grandi successioni: le riforme, per avere una possibilità, devono essere misurate e non punitive.
Ma il quadro non è solo cupo. L'intelligenza artificiale può rendere medicina, energia e istruzione accessibili a miliardi di persone. Il problema non è la scarsità ma la distribuzione, e la distribuzione è una scelta politica, non una legge di natura. Una scelta che si compie anche nei consigli di amministrazione e nelle banche, ogni volta che qualcuno si chiede chi controlla un sistema e chi ne beneficia. L'intelligenza artificiale amplificherà la disuguaglianza, se lasciata a sé stessa. Ma nulla ci obbliga a farlo.
