Ruggire in italiano

Che lingua parla un leone? Se stiamo all’ambito metaforico del noto club di servizio, fondato nel 1917 a Chicago da Melvin Jones quale evoluzione di un precedente “Royal Order of Lions” creato da William Perry Wood, senza dubbio parla in inglese. Americane sono infatti le principali associazioni filantropiche internazionali nate al principio del XX secolo, espressione di una borghesia di liberi professionisti che si riconosceva in codici etici e abitudini sociali comuni, come il Rotary, il Kiwanis, l’Ambassador, il Lions, in ambito femminile lo Zonta e il Soroptimist (altre sarebbero seguite nei decenni successivi). Dall’intersezione tra questi ambiziosi messaggi di fratellanza universale, frutto quasi esclusivo della cultura anglosassone, e le realtà locali di altri Continenti e Paesi sono nate, con il tempo, esperienze molto significative: capaci da un lato di testimoniare la vitalità e la replicabilità del carisma iniziale – è una formula che, a conti fatti, funziona – e dall’altro di esaltare le caratteristiche specifiche di una realtà puntuale e contingente. Se mai è esistito un contesto che possa dirsi “glocal” ante litteram, alcuni club di servizio potrebbero seriamente candidarsi a ottenerne la primogenitura.
Ripensavo a queste dinamiche di lungo periodo osservando da vicino la storia del Lions Club Lugano, che il prossimo 13 dicembre all’Hotel Splendide Royal festeggerà il 75mo anniversario di fondazione. Istituito ufficialmente nel 1950, non era il primo club di servizio luganese, perché battuto di una ventina d’anni dalla locale antenna del Rotary (1929). I Lions si proiettarono infatti con un certo ritardo oltre il perimetro nazionale statunitense, preferendo concentrasi dapprima sul consolidamento di una capillare rete interna. Quando, sulla scia del Rotary, iniziarono a mettere il naso fuori di casa, non era oramai più il tempo per l’internazionalizzazione della filantropia: in Europa, con gli anni Venti e Trenta, si era aperta l’epoca dei totalitarismi, che misero subito al bando qualunque forma di associazionismo non controllato dallo Stato (club di servizio, logge massoniche, società sportive, fondazioni indipendenti, ecc.).
Si dovette attendere così la fine della guerra e mentre il Rotary, di pari passo con la riconquista alleata del Sud Italia, riattivava progressivamente le proprie sedi lungo lo Stivale, il Lions sbarcava in Europa da Nord (prima in Svezia, poi in Svizzera, e via tutti gli altri) giungendo a toccare l’italianità attraverso il Ticino. Ecco il motivo molto contingente, quasi geopolitico, per cui il Lions Club Lugano può vantarsi di essere stato il primo di lingua italiana al mondo, padrino di numerosi club in Italia e fiero sostenitore di una modalità originale di interpretare gli statuti dell’associazione internazionale. I pionieri luganesi del club, gli avvocati Giancarlo Bianchi, Ferruccio Bolla e Waldo Riva, furono da subito molto consapevoli di questa peculiarità, cioè della possibilità di restare “latini” pur aderendo a un messaggio piuttosto codificato importato dall’estero. Attraverso di loro si giunse facilmente a raccogliere 27 adesioni, i soci fondatori che il 16 dicembre 1950 si riunirono per la prima volta all’Hotel Bristol, dando corpo alla nuova associazione.
Si trattava, in buona parte, di uomini nuovi, figli del boom economico e non solo rampolli di storiche casate luganesi. Alcuni di loro, come l’ingegner Agostino Casanova, erano i primi laureati delle loro famiglie. La distribuzione partitica era ancora, come il Rotary, a maggioranza liberale, ma con una significativa presenza di altre tradizioni politiche. Un gruppo abbastanza eterogeneo, e nonostante questo piuttosto affiatato, dal quale sarebbe nata negli anni Cinquanta l’esperienza della Colonia estiva di Viglio, e più tardi la bella realtà, tuttora esistente, della Fattoria protetta di Vaglio, assieme a numerose altre iniziative. Non male per un leone che aveva appena imparato a esprimersi in una nuova lingua.
