Scaglie di futuro

Ogni volta che torno all’Asilo Ciani, uno spazio rinnovato con intelligenza e gusto nel 2023, sempre più apprezzato sia dall’amministrazione comunale che da enti esterni, penso che potrebbe essere eletto a luogo identitario del nuovo corso della Città di Lugano. Assai più del faraonico (e problematico) PSE, e meglio del fatiscente Palazzo dei congressi con le sue cinquanta tormentate candeline. Non parliamo poi della riqualificazione del Campo Marzio e del nuovo polo fieristico «Di là da venire », attorno al quale il dibattito si accende e si spegne a intermittenza come le candeline di Natale. Chissà se i nostri figli ne vedranno mai la fine, quando l’ultima parete del glorioso ma oramai impresentabile Padiglione Conza crollerà su se stessa in una nube di fumo.
All’Asilo Ciani invece, di dimensioni modeste, d’accordo, ma in posizione centrale e tecnologicamente al passo con i tempi, vanno in scena cose interessanti, molte delle quali promosse dal Lugano Living Lab in collaborazione con istituzioni pubbliche e private provenienti da dentro e fuori cantone. L’ultima, a inizio dicembre, la seconda edizione della Lugano AI Week, la settimana dell’intelligenza artificiale che ha visto avvicendarsi i principali attori (università, centri di ricerca, imprese, startup, amministrazioni statali) in un ambito che in pochi anni ha già segnato indelebilmente la nostra epoca, ribaltandola come un calzino.
Tra i pilastri bianchi del patio, sotto gli occhi ironicamente coperti (da un paio di occhiali 3D) del busto di Antonio Gabrini, l’erede dei Ciani, sull’arco di cinque giorni si sono viste «cose che voi umani», per citare un celebre film di fantascienza: cani-robot che scodinzolavano tra il pubblico, agenti virtuali che ascoltavano e riassumevano le conferenze in italiano e in inglese, laboratori dedicati alla creatività, alla comunicazione aziendale, alla finanza high-tech, alle nuove frontiere della gestione sanitaria. Non c’è quasi ambito (ma quel «quasi» è un mero scrupolo) in cui la cosiddetta intelligenza artificiale non prometta rivoluzioni e miglioramenti di ogni tipo.
La prudenza, come sempre, è d’obbligo, tanto più in contesti fortemente soggetti alle leggi del marketing quali sono i vasti universi dell’AI. Ce lo ricorda, tra gli altri, un volumetto scritto un paio di anni fa dal neo-rettore ad interim dell’USI, Gabriele Balbi, che in L’ultima ideologia. Breve storia della rivoluzione digitale (Laterza) invitava a non credere a tutto quello che i venditori di padelle della Silicon Valley ci mettono giornalmente sotto gli occhi. Lo hanno fatto in passato, e lo faranno ancora, con la connivenza più o meno allineata della politica e dei media.
Resta il fatto che le padelle dell’intelligenza artificiale, se usate con intelligenza umana, cuociono molto bene, e la settimana luganese lo ha dimostrato da più punti di vista. Rimangono critici gli aspetti sociali, l’abuso cognitivo (anche scolastico) e la trasformazione radicale cui andrà soggetto il mondo del lavoro, con le molte vittime che inevitabilmente resteranno sul campo, specie nelle generazioni intermedie. Inutile illudersi. Alla fine però, ne sono convinto, l’AI rappresenterà comunque una grande occasione, persino per la riscoperta della dimensione umana, emotiva, culturale, filosofica. Nel confronto costante con macchine che provano a imitarci, a scimmiottare la nostra intelligenza depotenziandone l’idea stessa (ma al contempo potenziandone gli esiti, mettendoci in relazione con il concentrato della nostra cultura millenaria: i dati), verranno esaltate tutte le nostre peculiarità. Il vero cyborg, infatti, non è l’uomo che si vanta del suo fiammante braccio bionico, ma quello che si ricorda come funzionava quello vero.
