Sciare resta il cuore delle Alpi: perché l’estate non salverà le stazioni ticinesi

Qualche giorno fa ho partecipato a un interessante incontro presso il Dazio Grande di Rodi-Fiesso. L’evento, intitolato “Sport bianco: è ancora sostenibile?”, è stato organizzato nell’ambito della mostra “Après lift, versante sud”, realizzata da Nicola Castelletti, architetto e museologo, e Giulia Pedrazzi, storica e geografa. La mostra rimarrà esposta al Dazio Grande fino al 19 aprile.
Durante l’incontro, alla presenza di diversi stakeholder della regione del Gottardo, la discussione si è concentrata in particolare sulla destagionalizzazione degli impianti di risalita e di come il Cantone abbia puntato con decisione su questa strategia, sostenuta anche da alcuni relatori presenti.
Personalmente, tuttavia, da esperto del settore, non credo che la destagionalizzazione rappresenti la panacea così come spesso viene descritta. Analizzando il tema più a fondo e osservando casi concreti in altre realtà europee, emerge come siano poche le destinazioni riuscite anche solo a raggiungere il pareggio d’esercizio nelle altre tre stagioni. Esistono certamente esempi virtuosi, come Serfaus-Fiss-Ladis in Austria, dove l’estate funziona molto bene, ma si tratta di eccezioni.
Restando su esempi più vicini, la scorsa settimana ho avuto uno scambio con la stazione di Laax: mi è stato confermato che la stagione estiva non arriva nemmeno al 10% del fatturato complessivo, nonostante investimenti importanti e campagne di marketing strutturate, e anche Andermatt si colloca in questo ventaglio. Questo non significa che destagionalizzare non sia importante, ma che questa operazione, da sola, non è in grado di generare utili per le stazioni sciistiche.
Il motivo è anche strutturale: il mercato estivo è molto più competitivo rispetto a quello invernale. In inverno, di fatto, non esistono veri competitor alternativi alle stazioni sciistiche: quale altra destinazione, al di fuori di eventi specifici, è in grado di generare migliaia di visitatori ogni fine settimana? In estate, invece, la concorrenza è ampia: dal mare ad altre destinazioni montane, spesso più accessibili e talvolta anche più attrattive dal punto di vista paesaggistico. Pensando alla Leventina, ad esempio, zone come il Ritom o il Tremorgio risultano decisamente più affascinanti rispetto ad alcune aree in cui sorgono le stazioni sciistiche.
Durante l’incontro si è parlato anche delle attività alternative allo sci da proporre in inverno: parapendio, pesca sul laghetto e simili. Tutte iniziative utili per arricchire l’offerta, ma in un quadro che rischia di perdere di vista il vero core business di queste destinazioni: gli sciatori. Volenti o nolenti, sono loro a sostenere il sistema.
Se le destinazioni sciistiche ticinesi vogliono continuare a essere competitive, devono investire in modo mirato sullo sciatore, costruendo poi attorno a questo una proposta più ampia. Non ha senso illudersi: l’incasso generato da venti parapendisti equivale a quello di sei sciatori.
Va inoltre considerato che il numero di sciatori in Svizzera è relativamente stabile da circa dieci anni. Questo significa che esiste ancora una base di mercato solida, a condizione però di avere le giuste premesse: altitudine, esposizione e condizioni che garantiscano affidabilità.
Gli investimenti devono quindi essere mirati e proporzionati. Non si tratta di costruire di più, ma di consolidare e migliorare ciò che già esiste. È fondamentale, ad esempio, disporre di un sistema di innevamento efficiente, in grado di coprire rapidamente parte del comprensorio. Negli ultimi anni le precipitazioni sono state scarse, ma bastano pochi giorni di freddo per produrre neve: nel 2025, ad esempio, le ultime due settimane di novembre hanno registrato temperature costanti tra i -5 e i -10 gradi a 2000 metri (fonte: whiterisk.ch).
Oltre all’ammodernamento delle infrastrutture, servono professionisti che conoscano a fondo il territorio: sapere dove si accumula la neve, individuare gli avvallamenti, conoscere le zone di protezione, capire quando innevare e dove intervenire per la sicurezza valanghe. Sono competenze che si sviluppano solo vivendo il territorio, perché ogni regione ha un microclima specifico che va compreso nel dettaglio.
In conclusione, credo che non servano necessariamente decine di milioni per attuare questa strategia, ma una visione chiara, condivisa e portata avanti da specialisti del settore. Solo costruendo una base solida e un prodotto affidabile sarà possibile sviluppare il resto dell’offerta e proporre sul mercato destinazioni ticinesi realmente competitive e attrattive.
