Il ponte-diga

Sentieri per Gandria

La rubrica di Pietro Montorfani
©Chiara Zocchetti
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
31.07.2024 06:00

In una regione impervia come la nostra, in cui la bellezza del paesaggio molto spesso si sposa con difficoltà di transito, passaggi obbligati e molteplici fragilità idrogeologiche (insomma con le imposizioni della natura sull’uomo: quest’anno ne abbiamo avuto un triste assaggio), mi sorprende sempre la quantità di strade che si possono percorrere – meglio se a piedi – per raggiungere una singola destinazione.

È raro infatti che di sentieri, in Ticino, ce ne sia soltanto uno. Esiste sempre qualche variante.

Persino il ben noto Sentiero di Gandria, percorso giornalmente da centinaia di turisti, è soltanto una delle strade possibili.

Al piccolo villaggio luganese, icona di un certo tipo di immaginario subalpino (quello «mediterraneo »), si può arrivare naturalmente via lago, con barche di varie dimensioni, dai battelli di linea alle lucie, dirette ad attracchi pubblici o privati. Purché tale approdo non contribuisca a perpetuare la ben nota leggenda del villaggio di pescatori, un’identità che nulla ha a che vedere con la storia di Gandria – semmai, anch’essa, terra di artisti, come i Rabaglio o i Bordoni, ma comunque ben rivolta verso la montagna e i suoi pochi beni, con il baricentro che si allontana dal lago per appoggiarsi saldamente sulle pendici del Brè.

Proprio dal piccolo panettone che sorge a est del golfo scendono alcune vie pedonali, percorse nella fantasia di Fogazzaro anche da Franco Maironi nei suoi sconfinamenti clandestini nella Parte Seconda di Piccolo mondo antico: «siccome la Pasotti consigliava, con la sua mimica disperata, fuga fuga, Lugano Lugano, la rassicurò con un gesto, sorridendo». Per secoli, è bene non dimenticarlo, il nome di Lugano è stato sinonimo di libertà, o quantomeno di discrezione. Poi che cosa uno ci facesse, con quella libertà e con quella discrezione, è ancora tutto un altro paio di maniche. Ma i principi non si discutono.

L’attuale sentiero lungo il lago, un’infilata di cartoline una più bella dell’altra, è la strada che invece mi sentirei di suggerire a tutti, tanto più che oggi disponiamo di una guida in quattro lingue dedicata alla piccola flora che fa dei dintorni di Gandria un ecosistema preziosissimo, distribuito lungo una linea di separazione (un altro non-confine) tra la vegetazione del nord e quella del sud dell’Europa, con specie che non si trovano da altre parti. Ne è autore Nicola Schoenenberger, tra i massimi esperti di botanica in Svizzera, nell’ambito di «Lugano al verde», un progetto datato 2015 promosso tra gli altri da Cristina Zanini Barzaghi e portato avanti con caparbietà, fino a oggi, da Eleonora Bourgoin.

Chi sfoglierà il bel volume edito dalle Edizioni Casagrande, piacevole anche al tatto (è un oggetto un po’ vintage disegnato da Leonardo Angelucci e Sabrina Cerea), non potrà che stupirsi della ricchezza ma anche della fragilità della natura che ci circonda. Moltissime sono le specie protette e troppe quelle a rischio di estinzione (minacciate o quantomeno vulnerabili), come documenta il lavoro rigoroso di Schoenenberger. Passando davanti a un Umbilicus rupestris o a una Blackstonia perfoliata, per chi avrà la pazienza di cercarli (lo dice uno che non distingue le rose dalle viole), sarà buona cosa mandare un pensiero a Carl Schröter e a tutte le persone che, all’inizio del XX secolo, si sono impegnate per evitare che costruissero in riva al lago la strada cantonale.

Fu una battaglia culturale, prima ancora che ecologica, perché la cultura (di cui la scienza fa parte) è la sola che possa permetterci di ripercorrere con occhi e consapevolezza diversi un sentiero calcato distrattamente centinaia di volte, come se fosse – e davvero lo è – una cosa del tutto nuova. Un patrimonio e un paesaggio che ci appartengono proprio nella misura in cui li conosciamo e li rispettiamo. Un passo dopo l’altro, un respiro dopo l’altro, un pensiero dopo l’altro (anche di gratitudine).