Il ponte-diga

Tedeschi d'alta quota

La rubrica di Pietro Montorfani
©Chiara Zocchetti
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
07.05.2024 06:00

Se per ipotesi tirassimo una linea rossa immaginaria, a mezza altezza, lungo le pendici che compongono le montagne del Luganese, dentro e fuori le insenature del golfo e le piccole valli che digradano all’orizzonte verso i quattro punti cardinali, finiremmo inevitabilmente per inciampare nel nome di qualche tedesco.

Provare per credere: lo scrittore Herman Hesse (1877-1962) e gli artisti Gunter Böhmer (1911-86) e Georg Meistermann (1911-90) a Montagnola, tra Casa Camuzzi e Casa Rossa; a Carabietta il grafico Peter Weiss (1916-1982); a Carona invece Meret Oppenheim (1913-85) e la coppia di scrittori per bambini composta da Lisa Tetzner (1894-1963) e Kurt Held (18971959), in arte Kurt Kläber, abitanti di Casa Pantrovà. A Brè il pittore e architetto tedesco Wilhelm Schmid (1892-1971) in compagnia della moglie Maria (1896-1973), soprano e artista della ceramica. A Biogno risiedeva Alexander Spoerl (1917-78), autore per il cinema e per la radio, partito dalla lontana Düsseldorf. A Ruvigliana, infine, il giallista Heinz Bongartz (1915-2006), noto con lo pseudonimo di Jürgen Thorwald, nato prussiano.

E basterebbe spostare solo un po’ la nostra linea rossa per intercettare la vita di un musicista, compositore e direttore d’orchestra come Walter Jesinghaus (1902-66), o il pianista Alexis Weissenberg (1929-2012), residente a Muzzano, o ancora Hermann Scherchen (1891-1966), che installò uno dei primi laboratori di musica elettronica in quel di Gravesano. L’elenco potrebbe continuare, come fa in modo succinto una bella pagina web gestita dal Cantone (OltreconfiniTI) e soprattutto come fa da anni Carlo Piccardi nelle sue dettagliate ricerche sulle presenze alloctone nella Svizzera italiana, specie in ambito musicale. L’altro polo, naturalmente, è quello locarnese-asconese, persino più ricco della costellazione germanofona che attorniava il Ceresio. Ma la domanda rimane: che cosa sono venuti a fare così a Sud tutti questi tedeschi?

La motivazione della Sonnenstube, del bel paesaggio prealpino con il clima migliore e impreziosito dalla lingua italiana, risponde infatti soltanto in parte a questa domanda: se stiamo alle date, alcuni sono scappati da un’Europa che non offriva loro la necessaria protezione in anni di grandi turbolenze politiche (e poi belliche). Altri invece sono stati attirati da condizioni di lavoro che oggi ci sogniamo, come tutto quel vivace mondo che ruotava attorno alle produzioni radiofoniche, teatrali e musicali della RSI. Altri ancora sono scappati da realtà contingenti molto personali, da questioni legali, o semplicemente dalla folla e dal rumore delle metropoli che prima li avevano accolti (Parigi, Berlino).

Tra tutti, mi pare che la riscoperta più interessante sia stata quella che ha toccato negli ultimi anni i nomi di Wilhelm e Maria Schmid. La piccola casa-museo nel nucleo di Brè, la cui gestione era stata ereditata dapprima dalla Città di Lugano e in seguito dal MASI, poi di nuovo dalla Divisione Cultura, è sempre stata una specie di peppatencia dell’amministrazione cittadina. La promozione di ricerche scientifiche, affidate tra gli altri a Riccardo Bergossi, Maria Fazioli Foletti e Francine Bernasconi, ha permesso finalmente di valorizzarne non solo il patrimonio di opere d’arte, ma anche quello archivistico, e le sorprese non sono mancate: come il peso specifico, per Wilhelm, della sua attività di architetto, e per Maria la produzione in proprio e una rete familiare estesa tra Europa e Stati Uniti. Chi visiti oggi quella che fu la loro casa, con un nuovo percorso espositivo aperto il pomeriggio da venerdì a domenica, entrerà in un mondo “altro”, sfaccettato e anche un po’ inquietante; di quelli in cui vale la pena di andare sbirciare.