Teheran vincitore ai punti

Nonostante la volontà di Americani e Iraniani di cessare i combattimenti sin dall’incontro Vance-Ghalibaf dell’8 aprile scorso, l’ampia distanza fra le posizioni dei contendenti sulla soluzione del conflitto avrebbe probabilmente richiesto da parte della diplomazia e dei militari pachistani qualche prudente accorgimento per fissare almeno i termini del cessate il fuoco. Nella prima trattativa con la Repubblica islamica, di 47 anni fa per la liberazione degli ostaggi dell’ambasciata americana, i mediatori algerini non lasciavano passare una proposta di parte senza prima averla vagliata, fatto sottoscrivere la versione più accettabile, per poi trasmetterla di persona per iscritto alla controparte. La situazione attuale invece, coi blocchi navali americani e la progressiva occupazione del Sud del Libano, non ha fatto che aggravare le trattative di pace finale. I successivi aleatori «memorandum of understanding», compreso l’ultimo finalmente alla firma, si sono così ridotti più a una tregua rinegoziata che non a un accordo fra belligeranti. Con Israele, non firmatario, pronto a far saltare tutto e proseguire il suo disegno espansionistico.
Mentre il volubile inquilino della Casa Bianca continuerà ad annaspare per un ritorno al passato e un accordo di comodo, essenzialmente attorno all’arma nucleare, sull’altro fronte, gli Iraniani al potere devono ormai comporre con tanti imprevisti, a cominciare dalla decapitazione della loro teocrazia. Ma non è affatto detto che la nuova situazione creata dalla volontà israeliana di cambiare il regime islamico non si sia già ritorta in favore dei «guardiani della rivoluzione». Con una «guida suprema», Mojtaba Khamenei, indisponibile e di fatto «martirizzato», sono loro gli assoluti detentori del potere regaliano. Eliminati o scartati da molte posizioni i clerici più prestigiosi e terrorizzata dopo i massacri di gennaio o rinchiusa in casa l’opposizione popolare, i pasdaran fanno ora i conti essenzialmente con le devastazioni della guerra e le sue gravi conseguenze per l’economia del Paese, loro esclusivo «fondo di commercio». Intanto, però il conflitto ha permesso di incassare un radicale sovvertimento degli equilibri geopolitici mediorientali, mettendo in crisi l’ormai non più credibile partenariato militare (e d’affari) statunitense con gli Sceiccati del Golfo e offrendo alla Repubblica islamica, con il blocco dello Stretto, un‘arma ben più sfruttabile che la bomba atomica.
