Testimoni di parte

La scomparsa quasi contemporanea, nella seconda metà del mese di ottobre, di due nomi di peso della politica e della cultura ticinesi come Alberto Lepori e Franco Masoni ha avuto per me – e chissà per quanti altri – il benefico effetto di un tuffo a ritroso nel passato. Per ragioni anagrafiche ho potuto frequentarli, più o meno indirettamente, soltanto nella parte conclusiva delle loro rispettive parabole, superati oramai gli ottanta, quando il senso della loro importanza per la nostra piccola realtà locale era già ben definito, oltre che indubbio. Entrambi avvocati di formazione, seppure in modo assai diverso, furono innanzitutto (per replicare una bella formula dello stesso Masoni) due «testimoni di parte», cioè nient’altro che l’incarnazione più pura e più schietta di un’appartenenza politica e culturale: ai conservatori il primo, ai liberali il secondo.
Scrivo “conservatori” e “liberali” illudendomi non solo che queste parole abbiano oggi ancora un significato presso la maggior parte dei lettori, ma anche che non lo abbiano troppo mutato nel corso dei decenni, cosa che invece è naturalmente avvenuta. Prendiamo Alberto Lepori: nato nel 1930 da una famiglia ben radicata nel Partito Conservatore Democratico Ticinese (suo zio era il futuro Consigliere federale Giuseppe Lepori), dopo avere assistito al cambiamento di nome del 1970 in Partito Popolare Democratico ha fatto a tempo a vederlo trasformato nel Centro, con un’operazione di maquillage e rebranding che lo vide fieramente contrario.
Dire “conservatore”, poi, è dire tutto e dire niente, perché sulle tematiche sociali, sulla democrazia di matrice cattolica, sulle questioni etiche e giuridiche, così come sui rapporti tra la fede e la vita di tutti i giorni, Alberto Lepori era tutt’altro che un conservatore in senso stretto, anzi, fu sovente un prezioso grimaldello capace di scardinare le idee precostituite della sua stessa parte politica. Molte di queste provocazioni, per chi vorrà approfondire, sono diventate dibatti e dossier tematici della rivista Dialoghi. Avendo avuto la fortuna di frequentare un po’ la sua biblioteca privata, che in parte è stata donata alla Salita dei Frati (e in parte alla Diocesi), ho potuto toccare con mano su quale cultura si appoggiassero le sue riflessioni: quella dei Maritain e dei La Pira, dei Dossetti e dei Turoldo, in pratica di quei cattolici che si potrebbero definire “progressisti”, ma come “progessisti” erano stati nell’Ottocento i Rosmini e i Manzoni.
All’altro lato della spirale, in un contesto che più liberale non si potrebbe, siedeva Franco Masoni, la cui biblioteca non ho mai avuto il piacere di consultare e che immagino immensa e ricchissima, con al centro (non solo fisico) un autore al quale dedicò non poche energie specie negli ultimi anni della sua vita. Membro- matricola del Comitato italo-svizzero per la pubblicazione delle opere di Carlo Cattaneo, di cui Masoni era presidente autorevole e stimato, ho avuto modo di vedere all’opera la sua passione per il grande lombardo, il cui esilio ventennale a Castagnola ha avuto conseguenze positive e durature sul giovane Canton Ticino (su tutte, la nascita del Liceo cantonale) e ancora oggi favorisce scambi culturali e diplomatici tra le due nazioni. Masoni era assolutamente certo, nella sua azione politica e divulgatrice, dell’attualità del pensiero di Cattaneo, che nei suoi scritti sapeva coniugare una vasta conoscenza della storia, delle scienze, dell’economia, insomma della società in genere, con i più alti ideali di uguaglianza e democrazia, senza per questo cedere alle sirene della rivoluzione e della violenza (incarnate all’epoca piuttosto da Giuseppe Mazzini).
Torniamo dunque a leggere Cattaneo, alternandolo magari, qui e là, con un po’ di Maritain. A Lepori e Masoni farebbe sicuramente piacere. A noi, di certo, più bene che male.
