Il ponte-diga

Trovare una casa

La rubrica di Pietro Montorfani
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Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
21.06.2024 06:00

Sarà che in famiglia stiamo da qualche giorno in mezzo agli scatoloni, ma di questi tempi non posso fare a meno di pensare a tutto in termini logistici, con il rischio di considerare esclusivamente gli aspetti pratici del nostro vivere quotidiano. Senza filosofeggiarci troppo su, cambiare casa non presuppone infatti solo una meticolosa gestione di spazi, tempi e persone, il nostro rapporto con i luoghi essendo assai più intimo e profondo. Anche in quest’epoca dell’effimero, tanto più in una nazione di inquilini come la Svizzera, per quel tanto o poco che dura una fase della nostra vita inevitabilmente finisce che ci radichiamo, e strapparsi da un luogo è sempre una piccola o grande tragedia. Il fatto che le bimbe stiano prendendo la cosa con apparente serenità è un insegnamento anche per noi adulti. Se dal particolare del nostro salotto allargo l’orizzonte all’intero perimetro cittadino vedo decine di persone che in questo esatto istante stanno lasciando case o entrando in appartamenti nuovi; altri verranno abbattuti, altri ancora liberati in fretta per l’improvvisa scomparsa degli ultimi inquilini. La città vista dall’alto è un incredibile formicaio di va e vieni, un sistema complesso che non riescono a spiegare nel dettaglio nemmeno i maggiori esperti del settore immobiliare.

Cercare e trovare casa è una scienza che sembra muoversi con leggi proprie (a Lugano poi siamo nella fisica quantistica). Notizia di questi giorni, per passare alla cosa pubblica, è il mancato trasferimento dell’inquilino Giustizia dagli spazi angusti di via Pretorio a quelli assai più prestigiosi di viale Franscini, nello stabile dell’ex Banca del Gottardo (chi se la ricorda più? materia per gli storici, assieme alla gloriosa BSI finita anch’essa in una bolla d’aria). Il popolo ha deciso che i fallimenti del privato non devono essere risolti con i soldi di tutti, ma il problema rimane (dico i problemi della giustizia ticinese, che non sono soltanto logistici; quelli del parco immobiliare della EFG saranno affari loro). Quel che è certo è che, ancora per un bel po’, i tribunali resteranno in via Pretorio, dove si trovano dalla fine del XIX secolo quando dalla sede storica in Piazza Riforma furono trasferiti in una zona della Città che stava vivendo in quegli anni un incredibile sviluppo urbanistico. Il palazzo quattrocentesco dell’Antico Pretorio, trasformato radicalmente nel 1879 da Antonio Defilippis, per ironia della sorte divenne poi sede di una banca. È bene ricordare però che nei primi secoli del dominio svizzero vi alloggiarono anche i landfogti, quando la distinzione dei poteri era ancora un miraggio di là da venire.

La lenta conquista di un sistema giudiziario moderno, avvenuta all’inizio del XIX secolo, è passata insomma anche da qui, dal nostro rapporto con i luoghi e con le loro identificazioni. Lo testimonia la biblioteca giuridica di Palazzo Riva, che da via Pretorio (ancora una volta) è stata recentemente trasferita a Castagnola nei depositi dell’Archivio storico. Chi voglia farsi un’idea di come lavoravano giudici e avvocati sul crinale di un’epoca che è divenuta la nostra, tra Azzeccagarbugli e codici di Giustiniano (VI secolo), non avrà che da sfogliarne gli antichi volumi, leggendo magari a corollario le gustose pagine di Raffaello Ceschi o Stefano Bolla. Tra gli inquilini ancora senza casa si contano, a Lugano, moltissime associazioni, che da tempo chiedono al Comune spazi per le loro attività, sovente di una generosità esemplare. Il progetto Case di Quartiere non sembra decollare e si torna a parlare della Masseria di Cadro, su cui pende una nuova mozione in Consiglio Comunale. Questione troppo complessa per metterla via in poche righe, ma vorrei avanzare un suggerimento: spazio alla fantasia, per non lasciare che le (giuste) necessità di tutela di un bene storico imbriglino una possibile destinazione futura. Se non vivono, gli edifici sono come zombie piantati nel terreno ad ammonirci della nostra inerzia.