Un Golfo di guai

Le cosiddette « dottrine » dei presidenti americani si sono ripetutamente scontrate con la loro ignoranza delle particolarità della regione. Nixon e Kissinger pensavano che bastasse vendere allo scià d’Iran tutte le armi che voleva per renderlo too big to fail. Carter e Brzezinski dopo aver ereditato i frantumi dell’impero persiano, con 53 ostaggi dell’ambasciata da mesi in mano agli studenti di Khomeini, vedevano nella Repubblica islamica soprattutto il pericolo di una presa di controllo dell’URSS. Trump e Hedgseth credevano che l’Iran fosse una sorte di monarchia teocratica dove ucciso il re cattivo e sconfitta la sua guardia imperiale il popolo avrebbe preso il potere. Almeno dal colpo di stato di Eisenhower del 1953 contro il primo ministro democratico Mossadegh, i reali rapporti di forza nel più importante Paese della regione sembrano regolarmente sfuggire ai dirigenti di Washington e portarli a prendere decisioni decisamente avventate. Dopo l’invasione dell’Iraq di W.Bush, il bombardamento americano lanciato il 28 febbraio scorso sulla scia dei disegni egemonici israeliani sarà forse la fesseria di troppo degli Americani nel Golfo Persico.
Dal 2020, gli Accordi di Abramo di normalizzazione dei rapporti fra Emirati Arabi e Bahrein con Israele e la loro prevista adozione da parte dell’Arabia Saudita già avevano scavavato il solco fra le diplomazie degli Emirati del Golfo e Tehran, cui non sfuggiva l’intento americano di creare un allineamento regionale a lui ostile. L’ultima offensiva americana ha obbligato gli Iraniani a considerare gli alleati del loro nemico loro nemici anche sul piano bellico. Triangolazione di bombardamenti prevedibile quindi, ma che ha avuto come effetto immediato e durevole un catastrofico tonfo dell’attrattività internazionale delle petromonarchie filoamericane. Il loro coinvolgimento nelle ostilità e la presenza delle basi statunitensi sul loro territorio, rivelatasi inutile e controproducente, hanno poi prodotto un’insubordinazione probabilmente durevole agli interessi strategici degli USA. Ne è rapidamente risultata una accentuata frammentazione degli equilibri regionali, con l’uscita degli Emirati arabi dall’OPEC in funzione anti Arabia Saudita e una evidente ostilità di questa all’offensiva israelo-americana. Se si aggiungono a questo quadro di rivalità nazionali le nuove pretese iraniane sullo Stretto di Hormuz, vitale sbocco per i Paesi rivierani del Golfo, si può veramente parlare di un cataclisma diplomatico ed economico per la regione, dall’Oceano indiano fino al Libano.
In questo bilancio di guerra del tutto favorevole alla Repubblica islamica non va sottovalutato il risultato, anch’esso non previsto, della decapitazione della teocrazia iraniana: tutti gli osservatori contavano infatti su una successione altamente conflittuale alla guida suprema Ali Khamenei, che avrebbe verosimilmente opposto guardiani della rivoluzione al clero. L’elezione indiscussa di Khamenei figlio, “martirizzato” dagli Israeliani e promosso ayatollah ma con un passato da pasdaran, ha invece risolto, almeno a termine, il problema successorio e consolidato il potere “laico” del regime.
Se la fragile messa in opera della riapertura dello Stretto e l’ancor più improbabile accordo di pace appena rinegoziato senza Hezbollah in Libano dovessero reggere, si aprirebbe la porta al cosiddetto “fondo per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica” di 300 miliardi di dollari, generosamente previsto dal vago Memorandum del 17 giugno. Anche questo rischia d’essere un grosso malinteso, partendo dalla pretesa iraniana di considerarlo un dovuto risarcimento di guerra, dalla dichiarata intenzione americana di “non metterci un soldo” e dalla ottimistica supposizione che a investire nella ricostruzione della Repubblica sciita ci pensino le frastornate monarchie sunnite del Golfo. A meno che la grande assente Europa non prenda essa l’iniziativa di rientrare nel “Grande Gioco” mediorientale, assicurando dapprima con le sue navi il traffico attraverso Hormuz e poi, approfittando delle sue relazioni rimaste intatte con gli attori della regione, offrendo agli ex belligeranti un più realistico quadro negoziale per la ricostruzione.
