Il ponte-diga

Un monito all'Europa

La rubrica di Pietro Montorfani
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Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
16.07.2025 06:00

Il soggiorno luganese di Thomas Mann nella primavera del 1933, intriso come fu di ansie per il futuro (erano i giorni dell’ascesa al potere di Hitler), trovò la metaforica valvola di sfogo in uno zabaione assaggiato «dopo molto tempo » in una «trattoria all’italiana» che purtroppo non mi è riuscito di identificare. I dettagli, per chi vuole, sono nei suoi minuziosissimi diari, stampati per ora soltanto in tedesco ma presto anche nella nostra lingua da Mondadori, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Studi Germanici. Premio Nobel per la letteratura nel 1929 e tra i cittadini tedeschi più noti al mondo, lo scrittore si trovava a Lugano già da alcune settimane, richiamato dalla presenza dell’amico Hermann Hesse nella vicina Montagnola.

Senza averne consapevolezza, la famiglia Mann stava iniziando un lungo esilio dalla Germania che li avrebbe portati in autunno a Küsnacht, poi negli Stati Uniti, a Princeton prima e in California poi, per tornare in Europa al termine della seconda guerra mondiale. L’autore dei Buddenbrook e del Tonio Kröger, sposato per giunta a una donna di origine ebraica (Katia Pringsheim), aveva infastidito i nazisti, oltre che con la sua apatia nei confronti dei loro slogan, con una conferenza dedicata a Wagner in cui ne biasimava la strumentalizzazione da parte dell’ideologia al potere. Da quel momento, sostenitori e detrattori del “Mago” (come era chiamato in famiglia) si schierarono su fronti opposti e inconciliabili. Il timore per le sorti di parenti e amici rimasti in Germania, tra cui l’editore Fischer, gli suggerì di non esporsi ulteriormente, praticando un difficile equilibrismo che si sarebbe interrotto soltanto negli ultimi anni di guerra, con i suoi celebri appelli radiofonici dai microfoni della BBC. A 70 anni dalla morte e 150 dalla nascita, non credo possa darsi lettura più appropriata (sono raccolti sotto il titolo Moniti all’Europa).

Le giornate luganesi, trascorse con la moglie e i figli al Grand Hotel Villa Castagnola, erano costellate di incontri piacevoli con altri intellettuali in esilio (da Aldous Huxley a Erich Maria Remarque, dallo stesso Hesse a Gunter Böhmer) ma erano anche segnate da continui tormenti per la propria fortuna finanziaria, congelata nelle banche tedesche, e per l’ottenimento di documenti di viaggio validi, per sé e per i numerosi familiari: una questione attorno alla quale si spesero invano alcune personalità ticinesi dell’epoca, come il consigliere federale Giuseppe Motta, il notaio Antonini e l’avvocato Antonio Riva. Alla fine, i Mann dovettero farsi andare bene un passaporto cecoslovacco.

Sebbene non abbia mai preso in considerazione l’ipotesi di stabilirsi in riva al Ceresio, perché gli sarebbe mancata la cultura tedesca, Thomas Mann apprezzava della nostra regione la possibilità di muoversi liberamente, in piena discrezione, in un paesaggio che lo ritemprava. Non si contano nei diari le sue ascese al Brè (ipotizzo con la funicolare) o le decine di the sorseggiati in ogni angolo della cittadina, con o senza altri scrittori al seguito. A sostegno di quanto scrivevamo nell’ultima puntata, però, la passeggiata di rientro verso Cassarate gli imponeva di attraversare un brutto quartiere industriale («ein unschönes Industriegebiet ») identificabile con la Lanchetta.

Al di là degli aneddoti, che possono lasciare il tempo che trovano, il suo esempio vale perché incarnava, pure nei suoi giorni luganesi, la possibilità di un patriottismo non militarista, di un amore per la cultura tedesca (la letteratura, la filosofia, la musica) giustamente sordo alle sirene populiste del nazismo. Riflettiamoci bene, oggi che i nazionalismi risorgono con particolare virulenza, e gli anticorpi che potrebbero salvarci da questo male endemico sono sempre più nascosti sotto la massa di parole e di immagini che affollano le nostre vite senza minimamente nutrirle.