Il ponte-diga

Un nome è tutto

La rubrica di Pietro Montorfani
©Chiara Zocchetti
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
04.03.2024 06:00

«Nomen omen», dicevano gli antichi. Il nome è già un destino, perché contiene in nuce l’essenza di una persona o di una cosa, quasi ne fosse il riassunto verbale, il suo “sugo” distillato in poche lettere scolpite per sempre nel libro della vita. Più ondivaga in proposito era la cultura del Medioevo, divisa tra il «Nomina sunt consequentia rerum» (i nomi sono conseguenze delle cose: lo afferma il corpus giuridico di Giustiniano e lo ricorda anche Dante nella Vita nuova) e il potere evanescente del nome della rosa, capace di evocare soltanto sé stesso e non altro: era la teoria del cosiddetto nominalismo, una diatriba teologico-linguistica per palati fini e per gente con un sacco di tempo a disposizione (i filosofi scolastici ne avevano).

Se proviamo a volare più basso e stiamo, non dico ad alzo zero, ma almeno a livello dei cartelli stradali, vediamo con quanta difficoltà in Svizzera si riesca a fare memoria di fatti e persone per mezzo dei nomi, muovendosi in quella dimensione affascinante e però trascurata che è la toponomastica: quando nei primi anni Duemila iniziarono le grandi manovre che avrebbero portato alla Grande Lugano – ma sull’aggettivo nutro ancora dei dubbi – la Commissione Stradario si ritrovò tra le mani qualcosa come una dozzina di vie “alle Scuole” e quasi altrettante vie “alla Chiesa”. Mancanza di fantasia, dirà qualcuno, un male condiviso da molte amministrazioni comunali; pragmatismo e concretezza, ribatteranno altri, valori tipicamente svizzeri. Sono vere entrambe, ma non riesco a dimenticare la penosa bagarre che si sollevò all’epoca quando si trattò di sostituire, in mancanza di Premi Nobel nati ad Albonago, un anonimo “Belvedere” con un “Eugenio Montale”. Apriti cielo e avanti coi ricorsi.

Nella speranza che non si risollevino simili polveroni politico-culturali, ho accolto con gratitudine la notizia, comunicata lo scorso 26 gennaio durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo Liceo Lugano 3, che forse potrebbe essere la volta buona anche per le piatte intitolazioni delle nostre scuole superiori. Un manipolo di volonterosi docenti ci aveva provato già negli anni Settanta, facendosi promotore di un Liceo Carlo Cattaneo in ricordo di chi quella scuola aveva contribuito a fondare nel lontano 1852. La risposta che ebbero dal Dipartimento, qualcosa del tipo «Eh ma poi dovremmo pensare a dei nomi anche per tutti gli altri», è di quelle che fanno rotolare le braccia.

Mi chiedo che cosa avrebbero fatto in Italia con a disposizione una scuola fondata da Cattaneo, loro che di istituti intitolati al grande intellettuale lombardo ne hanno alcune centinaia sparsi in tutto lo Stivale, e neanche uno in cui lui abbia messo piede dopo il Quarantotto.

Chi ha il pane non ha i denti (ma in questo caso gli sdentati siamo noi). E ora? Lasceremo passare il treno anche questa volta, oppure avremo il coraggio di associare a qualche nome illustre del passato il futuro dei nostri ragazzi?

L’esercizio non è facile, perché il rischio è di gettare polvere e profumo di stantìo laddove dovrebbe brillare invece il colore della speranza. Con Cattaneo non vedo problemi. Bisognerà scegliere bene gli altri. Per esempio un Liceo Borromini per Mendrisio, un Liceo Salvioni a Bellinzona e Liceo Franzoni a Locarno; per le altre sedi luganesi potrebbero tornare buoni i nomi di Francesco Chiesa o di Romano Amerio, di Giovanni Pozzi, Adriana Ramelli o Alfonsina Storni. Chi cerca trova, purché l’intenzione sia seria e il desiderio reale. In un’epoca in cui la memoria si fa sempre più corta, ogni possibilità di ricordare con fierezza la cultura e la storia che ci hanno forgiati è un’occasione da non lasciar trascorrere invano. Altrimenti vince, ancora una volta, il grigio dell’amministrazione.