Una batosta perfetta

Se non ci fossero i conflitti armati in corso in Europa e Medio Oriente, la politica americana dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sarebbe certamente l’attualità più appassionante da seguire in questo momento. Era già cominciata bene due anni fa con una campagna elettorale come di regola imbottita di promesse, ma troppo azzardate e soprattutto facilmente “misurabili”: dalla fine della guerra in Ucraina in un giorno all’azzeramento dell’inflazione. È continuata con altisonanti dichiarazioni di risultati economici storici grazie a fantasiosi dazi doganali, che la popolazione subisce come pesante aumento del costo della vita a fronte di una politica di taglio radicale delle cure sanitarie e dei servizi offerti dallo Stato, ispirata dal demiurgo Musk, primo finanziatore del partito repubblicano. Oltre alla sfacciata corsa personale all’arricchimento miliardario e la corruzione ad ogni livello praticata apertamente dal clan presidenziale, Trump si è lasciato andare, al pari di un autocrate da repubblica delle banane, a dispendiose appropriazioni dello spazio pubblico, culminanti con un gigantesco arco di trionfo in costruzione a Washington.
Tra le promesse non mantenute che chiudono il primo round di una presidenza che già avevano fatto precipitare i favori popolari di Trump presso importanti gruppi elettorali -in particolare gli ispanoamericani nel mirino dei miliziani anti-immigrazione e i cristiani, evangelici compresi, scandalizzati dalle frequentazioni con il pedofilo Epstein- vi era quella MAGA di occuparsi prioritariamente degli interessi nazionali e non lanciarsi in conflitti all’estero. Anche qui, tra fanfaronate espansioniste verso il Canada e la Groenlandia, l’affermazione di una politica “Donroe” di predominio verso l’America latina, con hold-up presidenziale in Venezuela e un improvvido attacco contro l’Iran, che Trump promette quotidianamente di “liquidare” … dopo aver vinto le elezioni, il conto salato lo stanno intanto pagandolo gli elettori, in particolare di aree agricole repubblicane invase dagli energivori centri dati degli amici tech del presidente. Per quelli che vedevano in lui il salvatore della patria in declino, Trump non ha, al contrario, mancato occasione d’offrire l’immagine di un amico succube - non si è ancora scoperto perché - di Putin, da sempre inviso ai cittadini americani; si lascia trascinare in guerra da Netanyau, che tre quarti della popolazione accusa di crimini di guerra, senza riuscire a imporgli nemmeno il rispetto formale del suo trionfale piano di pace per Gaza; manifesta una goliardica simpatia per quel dottor Stranamore di Kim Jong-un. Tutto il contrario di chi si era dichiarato pronto a diffondere, in cambio di un premio Nobel, la sua pax americana in un mondo incapace a risolvere tali conflitti.
Sulla linea d’arrivo delle elezioni del midterm, con un consenso popolare ridotto a un terzo della popolazione e collaboratori allo sbando che affilano i coltelli, Trump, in quello che può ormai considerarsi un delirio di onnipotenza, non ha assolutamente cambiato registro. La scelta era tra il continuare a mentire sui propri successi e l’ammettere almeno l’insufficienza di alcune scelte politiche, proponendosi nel contempo come l’unico capace di risolverle (come sta provando a fare Sanchez in Spagna). Trump, che s’è fatto una diffusa fama di millantatore e non ha mai ammesso d’aver sbagliato alcunché, ha invece rincarato la dose, producendosi in svariate ultime criticatissime decisioni e paventando persino cambiamenti… in caso di vittoria dei Democratici. Sono andati così di nuovo platealmente di mezzo la difesa antiaerea dell’Ucraina e il suo presidente Zelensky, è stato premiato Putin levando le sanzioni sul petrolio russo e ha ricevuto il suo sostegno indefettibile - dopo l’anti europeo Orban e il fuggitivo Bolsonaro, vittima anche lui di un’”elezione truccata” - il traballante guerrafondaio Netanyau. Per di più, Trump si è voluto imporre al centro della scelta degli elettori (“pensate di votare per me”) negli Stati federali, ipotecando la campagna personale dei già malmessi candidati repubblicani locali. Il presidente della “più grande democrazia del mondo” è arrivato a promettere 5'000 dollari in caso di vittoria (“se volete i soldi votate repubblicano, se no non avrete niente!”), mentre cercava di sabotare in ogni modo tramite il suo Dipartimento di giustizia le procedure elettorali e minacciava di non riconoscere il risultato del voto. Questa volta gli Americani non gli hanno creduto e, date le premesse, non potevano fare altrimenti. Ma chi può dare per sicuro che King Donald, che rifiuta d’ammettere d’essere lui stesso la prima causa della storica sconfitta repubblicana e ha già detto di voler “opporsi a tutto”, scenderà spontaneamente dal suo trono dorato?
