Il ponte-diga

Una città drogata

La rubrica di Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
01.06.2024 06:00

Mi si perdonerà il titolo un po’ enfatico, di quelli che in ambiente digitale servono soltanto per far guadagnare qualche click. Si potrebbe anche metterla via come una semplice metafora («una città dopata») ma la questione rimane seria, molto letterale e molto terra a terra, come in ogni contesto urbano nel quale la droga sia radicata in modo capillare e diffuso, con tutto quello che ne consegue in termini di drammi personali e di problemi sociali.

Lugano è una città di medio livello, giusto un paio di tacche sopra la categoria dei villaggi cresciuti troppo in fretta; eppure negli ultimi decenni ha conosciuto un ampio ventaglio di casistiche legate al mondo degli stupefacenti. Basterebbe stare alla cronaca di questi giorni, durante i quali, oltre al solito arresto dei soliti spacciatori (è sempre lo stesso film), sono state presentate alcune statistiche ufficiali: non accenna a diminuire il consumo di cocaina, ha ripreso piede quello di crack (droga dagli esiti aggressivi, che pareva sparita dai radar) e già si è registrato da noi l’arrivo del fentanyl, la fantomatica droga degli zombie di importazione americana. Pur senza ricorrere a queste tristi statistiche, il comune passante potrebbe giungere alle medesime conclusioni dando un’occhiata al ben noto angolo di Parco Ciani (lato Via Lucchini) o a certi incroci di Viganello, dove consumatori e distributori continuano senza troppi ostacoli a vivere la loro quotidianità alterata.

Non dobbiamo però commettere l’errore di identificare il problema droga soltanto con i pochi casi isolati che, in modo quasi pittoresco, sembrano portare avanti una pantomima che un tempo andava in scena in Via al Forte, lungo il perimetro del Quartiere Maghetti, e che da molti anni si è solo spostata qualche metro più in là. Perché la droga peggiore è forse quella che non si vede, quella che attraversa come una lama tutta la società, dal più emarginato al più insospettabile, all’insegna del motto «smetto quando voglio» (e invece non se ne esce quasi mai). È un percorso che in molti casi inizia in sordina, magari con una banalissima marijuana: un prodotto di cui il Ticino è stato uno degli hub europei fino alle retate dell’Operazione Indoor (2003). Si ascoltino le puntate di Quegli stupefacenti anni zero, nuova proposta giornalistica del sempre bravo Olmo Cerri, finalista agli Italian Podcast Awards 2024.

L’altro errore da non commettere è ritenere la droga un problema soprattutto del passato, un fenomeno tipico degli anni Ottanta e Novanta, con una breve coda a seguire. Ho sulla scrivania due libri diversi eppure affini: Marco e i suoi perché di Ada Pisciani, il racconto di una madre che si sforza di capire il tragico destino di un figlio tossicodipendente e sieropositivo (Edizioni Giornale del Popolo, 1997), e il recentissimo Scacco alla regina bianca (Fontana Edizioni, 2024), firmato con pseudonimo da Samuele C., giovane ragazzo del Luganese con alle spalle una già lunga storia di abuso di cocaina. È incredibile come certe dinamiche si aggiornino ma non cambino nella sostanza: in trent’anni, pare di poter dire, non abbiamo imparato nulla. Il libro di Samuele, scritto in prima persona con uno stile che un tempo si sarebbe definito «giovanilista » (proprio alla giovane Holden), è un pugno nello stomaco: per la schiettezza con cui il toro viene preso per le corna, senza infingimenti e senza sconti. Sostenuto dalla Fondazione Pro Juventute e dall’ufficio Info Giovani del Cantone, andrebbe distribuito in tutte le scuole. Di droga insomma si continua a parlare, in varie forme, ed è senz’altro un bene: perché è un tema che non può né deve diventare tiepido, pena la completa assuefazione di una società alla propria mancanza di lucidità e di intelligenza, la sua abdicazione a una crescita sostenibile e serena, matura nel senso pieno del termine.