Il ponte-diga

Un'azione esemplare

La rubrica di Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
09.09.2023 06:00

Ci sono date più funeste di altre. La Storia mostra, da questo punto di vista, notevole disparità di trattamento nei confronti delle 365 tappe (più una) lungo le quali la Terra gira attorno al Sole. Mi spiace per chi ha il compleanno proprio quel giorno, ma è chiaro che l’11 settembre si candida a essere uno dei più neri del calendario. E questo, paradossalmente, da ben prima degli attentati alle Torri gemelle.

In Ticino, per quel che vale, abbiamo cominciato presto: l’11 settembre 1890 il consigliere di Stato conservatore Luigi Rossi fu assassinato (c’è chi diceva addirittura per mano dell’avvocato Brenno Bertoni) davanti al Palazzo delle Orsoline, durante i moti rivoluzionari che portarono al governo le forze liberali-radicali. Ma altri sono messi peggio. Nella storia cilena antica e recente quel giorno ha addirittura una doppia valenza, quasi una maledizione: l’11 settembre 1541 la città di Santiago fu distrutta e incendiata dalle tribù locali per rappresaglia contro i conquistadores, mentre l’11 settembre 1973, esattamente cinquant’anni fa, avvenne il colpo di Stato del generale Pinochet che portò alla morte di Salvador Allende e all’instaurazione di un nuovo regime antidemocratico, l’ennesimo nell’America Latina di quegli anni, e non senza la connivenza degli Stati Uniti.

Molti ricorderanno che quell’uragano politico e militare ebbe come conseguenza - per rovesciare il celebre proverbio - un significativo battito di farfalla fino alle nostre latitudini, quasi agli antipodi del globo, grazie all’Azione posti liberi per i rifugiati cileni intrapresa tra gli altri da padre Cornelius Koch e continuata poi con energia e abnegazione da Guido Rivoir. Il già anziano pastore valdese, memore forse dei suoi lontani trascorsi uruguayani, dalla sua casa in viale Franscini sposò con grande determinazione quella causa umanitaria e in pochi mesi fu in grado di garantire l’ingresso in Svizzera e l’ospitalità in Ticino a quasi quattrocento profughi che la Confederazione si rifiutava di accettare perché privi di visto: un visto che naturalmente il nuovo governo cileno si guardava bene dal concedere, preferendo continuare con la sua politica repressiva e con le sue azioni criminali.

Memorabili furono gli incontri di Rivoir con il consigliere federale Kurt Furgler, responsabile del Dipartimento di giustizia e polizia, che ben presto assunsero la forma di un vero e proprio braccio di ferro (mediatico prima, politico poi). L’obiettivo era quello di strappare il maggior numero di autorizzazioni federali per far entrare i cileni in Svizzera legalmente, dopo averli ospitati alcune settimane in Italia. In alternativa, come avvenne in alcuni casi, li si sarebbe accompagnati clandestinamente in Ticino mescolati tra i frontalieri.

Fu un gesto di disobbedienza civile? Oppure si trattò di un’azione perfettamente legittima e quindi replicabile a cuor leggero? La risposta starà forse un po’ a metà, perché se Rivoir intese tirare la corda non fu con l’obiettivo di spezzarla, bensì di provare a saggiarne la tenuta. In altre parole quella da lui orchestrata fu un’operazione di dolce pressione, nata in seno alla società civile, per denunciare nei fatti una disparità di trattamento cui si sarebbe potuto ovviare cambiando la volontà politica. Il suo messaggio, forte e chiaro, fu raccolto anche dal Gran Consiglio ticinese, che non per la prima volta nella sua storia mostrò una maggiore disponibilità e una maggiore umanità rispetto ai colleghi d’Oltralpe. Anche per questo suo valore esemplare, Guido Rivoir è ricordato nel Giardino dei Giusti del parco Ciani, tra quelli che hanno lasciato un segno e continuano, in qualche modo, a indicarci una strada.