A spasso col Giro d'talia «ticinese»

Sedicesima tappa. Centotredici chilometri. Tremila metri di dislivello. Il 26 maggio il Giro d’Italia attraversa il Ticino e sale fino a Carì, 1644 metri, dove la valle finisce e il cielo comincia. Per i corridori i paesi scorrono come fotogrammi sfocati. Cosa rimane impresso nella loro mente, nelle loro gambe? L’ex ciclista professionista e vincitore di una tappa del Giro Marco Vitali lo accenna nel testo a fianco. Qui noi immaginiamo di pedalare guardando. Nota: le citazioni dei corridori riportate nel testo sono di fantasia.
Chilometro 0 - Bellinzona, 241 metri
Bellinzona, tre castelli medievali, eretti dai Visconti e dagli Sforza per tenere le Alpi sotto controllo. La folla è un’onda della quale ci ricorderemo quando dovrà contare davvero. I bastioni restano alti alle nostre spalle. Nei giorni precedenti la città - come il cantone - si è tinta di rosa: il Villaggio Rosa al Piazzale BancaStato ha riscaldato l’attesa con concerti e musica. Organizzare tutto questo - 750 volontari, 1110 veicoli al seguito, strade chiuse e riaperte al secondo - è stato il lavoro silenzioso di un comitato che ha pensato a ogni dettaglio.
Claro: lassù tra i castagni, dal 1490, monache di clausura restaurano libri antichi e curano le api. Osogna: nel torrente Nala c’è il Pozzone, acqua gelida dove i locali si rinfrescano d’estate. Le borracce, per ora, bastano. A Biasca la cascata di Santa Petronilla - la più alta del Ticino - scende a piombo dietro la stazione. La si sente più che vederla. Come tutto.
Malvaglia: nel 1513 un franamento sommerse il paese fino a metà campanile. Il campanile è ancora lì, testardo. Un ristorante ha i tavoli apparecchiati fuori. Non ci fermiamo.


A Roccabella la strada si inclina. La gente si stringe. A Torre arriva l’8,5%, con punte al 14. Per Jonas Vingegaard - al suo primo Giro dopo due Tour de France e una Vuelta, qui per completare la Triplice Corona - anche questo dolore è nuovo. «Qui si soffre davvero. Ma è proprio questo che mi piace» - Jonas Vingegaard, Visma | Lease a Bike.
A Prugiasco, mezz’ora a piedi e ci si trova davanti alla chiesa di San Carlo a Negrentino, XI secolo, affreschi medievali tra i meglio conservati della Svizzera italiana. Nessuno si ferma. Nel gruppo c’è anche l’argoviese Jan Christen, debuttante al Giro come Vingegaard. L’ultimo elvetico a vincere questa corsa fu Tony Rominger, nel 1995. Trent’anni fa. «Il mio primo Giro. Non mi aspettavo tutto questo calore. È quasi spaventoso, e bellissimo insieme» - Jan Christen, UAE Team Emirates XRG.
Leontica, primo GPM, 874 metri. Il nome è nei documenti dal 1204. Da qui si vede tutta la Val di Blenio, aperta e silenziosa. Le gambe hanno fatto le prime domande. Il percorso ha risposto senza esitare.
Chilometro 54 - Torre, seconda volta
Il percorso fa una cosa crudele. Ricomincia. Stessa salita, stesse rampe, stessa gente. Leontica ancora, 874 metri. Il panorama è identico. Le gambe no.
La discesa è un dono. A Ludiano l’Archivio fotografico Donetta conserva un mondo intero del Ticino rurale. A Bodio una targa ricorda Stefano Franscini, primo ticinese al Consiglio Federale, figlio di contadini poveri. Certi nomi restano anche quando li lasci indietro.
A Giornico i due leoni in pietra ai lati del portale di San Nicolao - XII secolo - siedono lì da 820 anni. Guardano passare i ciclisti con la stessa pazienza antica. Sul fiume un grotto serve capretto e vini della Leventina. Crisi di fame. Ci accontentiamo di una barretta.
Chilometro 101 - Faido, 712 metri
L’ultimo paese prima del silenzio. In Piazza Stefano Franscini la gente è fuori, la musica dai bar, uno schermo gigante. Un’osteria ha i piatti in tavola. Per un attimo si sente di far parte di qualcosa di grande. Poi la strada gira. La festa rimane indietro. 11,7 chilometri, 7,9% di media, punte al 13. La folla non urla più. Aspetta. Qualcuno allunga una mano sulla schiena e la ritira subito. È spinta e ostacolo, amore e rumore. Si sale dentro tutto questo. Nella canzone intitolata «Coppi» Gino Paoli lo sapeva già: «E va su, pedala, pedala» - tre parole che contengono tutto quello che c’è da dire sulla fatica di salire. «Qui non si pensa più. Si conta solo il passo. Il respiro. Il metro davanti a te» - Jonas Vingegaard. Campello, quota 1359. I boschi lasciano spazio ai prati alpini. Il panorama si spalanca verso sud, luminoso e vasto. Chi riesce ad alzare la testa vede qualcosa che vale tutto il resto.
«Ho alzato la testa una volta sola. Ho visto le montagne e ho pensato: sono svizzero, sono a casa» - Jan Christen.
Carì, 1644 metri. Dal mattino il villaggio è vivo: fisarmonica delle Alpi, corno delle Alpi, gente salita fin qui con ore di anticipo solo per aspettare. Il traguardo aspetta su una terrazza alpina che guarda la valle da secoli, come se il mondo di sotto fosse una questione già risolta. I castelli, le monache, i leoni di pietra, il paese sommerso, gli affreschi nascosti - e tutte quelle mani rimaste sospese - sono ancora lì, sotto, alle nostre spalle. E davanti. Domani.
«Il paesaggio se lo godranno soprattutto gli spettatori»
La sedicesima tappa del Giro d’Italia 2026 è brevissima sulla carta, ma brutale nei numeri: 3.000 metri di dislivello complessivo, con gli ultimi 30 chilometri verso il Carì che da soli ne concentrano 1.300. «Si può intuire che il paesaggio se lo godranno soprattutto gli spettatori lungo le strade», dice Marco Vitali, ex corridore professionista. «Tra salite ripetute e discese impegnative, la tappa non concederà troppe occasioni per distrarsi. La velocità sarà molto sostenuta fin da subito, non ci sarà spazio per fughe importanti. È una tappa che chi ha ambizioni l’ha segnata con una crocetta rossa già prima della partenza in Bulgaria».
Per velocisti e passisti la giornata si traduce in una corsa ai ripari. «Dovranno per lo più cercare di limitare i danni, con un occhio al tempo massimo. Una sbirciatina ai maestosi paesaggi delle nostre vallate e montagne, nonostante tutto, se la concederanno in molti» aggiunge con una punta di ironia. «I passisti faranno un lavoro di contenimento, proteggendo i leader nel tratto iniziale: lì possono essere utili, e se poi si staccano in salita non è così grave. Si tratta di proteggere il più possibile gli scalatori destinati al finale, in modo che possano restare con il capitano e magari assisterlo anche sull’ultima salita». Se i distacchi sono già consolidati, tutto diventa più gestibile. «Vingegaard ha dimostrato di saper andare fortissimo già a inizio stagione. In quel caso ogni squadra sa esattamente cosa fare. Per le squadre di chi è rimasto fuori dalla classifica generale, è un arrivo in salita prestigioso e vincere può essere molto remunerativo. Magari c’è spazio per chi punta alla tappa senza vincoli di classifica». Nella terza settimana, tuttavia, le gerarchie sono abbastanza definite. «A lottare per il successo restano in pochi. La corsa è molto più aperta nella prima settimana, quando non si capisce ancora bene chi può fare cosa.»
Se questa tappa fosse esistita nell’87, quando Vitali correva il Giro, come l’avrebbe vissuta? «Non credo che avrei immaginato di poterla vincere. Una tappa così corta, con il giorno di riposo prima e questo arrivo in salita, lascia pochissimo spazio alle fughe». La sua tappa era diversa: una fuga con Giovannetti virtuale maglia rosa e Freuler a lavorare per lui. «Non escludo che qualcuno ci provi anche a Carì, ma mi sembra molto improbabile». Sugli elvetici? «Jan Christen ha un talento enorme, deve ancora crescere - anche psicologicamente -, ma il potenziale c’è tutto. Sta emergendo una leva di corridori talmente forte che anche Pogačar fa fatica a tenere il passo. Ma per le corse a tappe sembra essere Christen quello destinato a prendere in mano le cose».
