Anche i narcos vanno alla guerra dei droni

Piccoli, maneggevoli, facili da acquistare, volano incessantemente nelle zone messicane al confine con gli Stati Uniti. In particolare, nel settore texano, tra Laredo ed El Paso. Sono i droni dei trafficanti, usati in modo esponenziale per assistere qualsiasi tipo di attività illegale.
Alla fine d’agosto gli Usa hanno annunciato la distruzione di almeno tre velivoli usando raggi laser, una nuova contromisura per arginare le incursioni. Il comando non ha voluto precisare la località dove sono avvenuti questi episodi, tuttavia si ritiene che sia proprio in Texas.
I cartelli della droga sono stati dei pionieri nel ricorso a questo tipo di mezzi ed hanno progressivamente espanso il loro arsenale. Prima li hanno impiegati per trasportare pacchi di narcotici, quindi per condurre missioni di sorveglianza e persino di attacco. I droni sono dotati di ordigni rudimentali, realizzati in officine, con i quali prendono di mira i gruppi rivali.
Lungo la frontiera nord, però, sono legati essenzialmente alla ricognizione. I velivoli, spesso di produzione cinese, restano nello spazio messicano e osservano con le telecamere oltre il Rio Grande. Alcuni possono spiare anche in profondità.
Gli esploratori tengono d’occhio le unità della Border Patrol, ne studiano tempi e tattiche, cercano punti deboli. Una sorveglianza metodica e continua finalizzata alla raccolta di dati poi girati ai complici sul terreno. In questo modo i coyotes, i criminali che guidano i clandestini sull’altro lato, sono informati in tempo reale. Conoscono le posizioni degli agenti, vengono avvisati dell’arrivo di una pattuglia, possono raggiungere più agevolmente il punto di raccolta. Un angolo dove è in attesa una vettura destinata a raccogliere i migranti: in pochi istanti il veicolo si allontana con il suo carico umano.
Le ricostruzioni diffuse dagli investigatori sui media sono univoche. Inizialmente erano impiegati pochi velivoli ma con il trascorrere dei mesi il numero è cresciuto. Secondo un’inchiesta della CNN sono migliaia le segnalazioni sulla presenza dei droni e la cifra è ancora più interessante perché la Casa Bianca ha investito risorse massicce per blindare il fianco sud del paese. La strategia ha portato dei risultati concreti, però non ha indotto le gang a rinunciare.
Di recente, fonti ufficiali dell’amministrazione hanno rivendicato una riduzione drastica dei voli dei droni ma questo non significa che i cartelli abbiano passato la mano. Probabile che stiano adattando le tattiche, mossa abituale da decenni.
Washington ha chiesto la collaborazione del Messico, una sponda necessaria visto che gli oggetti volanti restano di solito sul versante messicano. E il governo ha riposto in modo positivo cooperando con gli Stati Uniti: c’è un maggiore coordinamento nel contrasto. Tuttavia, sono note le diffidenze tra i due paesi. Donald Trump, sostenuto da diversi congressisti repubblicani, tende ad invadere il campo altrui. Se potesse manderebbe l’esercito. Per ora si è «accontentato» di inviare team della Cia, ricognitori e «consiglieri», un supporto tecnico con al centro del mirino i signori della droga. I messicani si danno da fare, però preservano la loro sovranità. Almeno a livello formale. Il che non esclude, come è già emerso, l’esistenza di operazioni segrete.
