Camillo Benso, lo «svizzero» che fece l'Italia

«Confesso che la storia della morte di Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), non mi ha mai convinto: va bene che soffriva di malaria, va bene che non si faceva mancare un bel po’ di stravizi a tavola e anche a letto, va bene che la medicina di allora lasciava molto a desiderare. Però… ». I dubbi dello scrittore Giorgio Caponetti, autore di numerosi romanzi storici, sono la molla che gli ha fatto scrivere una nuova biografia dello statista. S’intitola «Uccidete Cavour» (Utet, 384 pagine). Va ricordato che Cavour da parte di madre - Adèle de Sellon d’Allaman - era svizzero: «… la considero come una seconda Patria…» scriveva a proposito della Confederazione al professor Michele Ferrucci nell’agosto del 1836. E proprio a Ginevra si recò due anni prima, nel dicembre 1834, per frequentare vari corsi universitari (economia, storia, fisica).
Caponetti, che cosa le ha fatto pensare che Cavour sia stato ucciso?
«Nel corso di dieci anni di vita politica, di nemici se n’è fatti parecchi, uno più potente dell’altro: da Re Vittorio Emanuele II, a Napoleone III, a Garibaldi a cui non andava giù il fatto che Cavour avesse ceduto la sua Nizza alla Francia. Prima di darsi alla politica Camillo Benso conte di Cavour, si era dedicato alla finanza e anche in questo settore avrebbe potuto farsi dei nemici. In Italia era stato vicino ad armatori come Rubattino (proprio quello del «Piemonte» e del «Lombardo» della spedizione dei Mille)».
I suoi contrasti con Vittorio Emanuele II e con Garibaldi, da cosa avevano origine principalmente?
«I contrasti con il re avevano radici antiche. Vittorio Emanuele II era figlio di Carlo Alberto di Savoia, che era nato nel 1798 e che quindi aveva dodici anni più di Camillo. Erano cresciuti negli stessi ambienti di una Torino in cui bene o male i nobili si conoscevano tutti. Camillo ragazzino si era rifiutato di entrare fra i Paggi Principeschi: «Non metterò mai quella livrea color gambero!» Carlo Alberto lo aveva saputo e se l’era attaccata al dito. Poi, quando Carlo Alberto salì al trono e Camillo Cavour diventò Primo Ministro, le cose peggiorarono e non mancarono gli sgarbi. Con Garibaldi, il discorso è completamente diverso: a mio modo di vedere, Cavour lo utilizzò perché aveva già l’immagine dell’Eroe dei Due Mondi ed era lo strumento migliore per organizzare la Spedizione dei Mille».
Cavour come debuttò nel mondo della finanza?
«In Francia era stato fra gli armatori di una flotta di battelli sui fiumi e sui canali. E fu comproprietario della prima linea ferroviaria francese proprio agli albori delle ferrovie. Era andato persino in Inghilterra a vedere la prima ferrovia in assoluto: la Liverpool-Manchester (1830), con una locomotiva che - miracolo - raggiungeva ben 20 km/h. La sua visione internazionale, rispetto al provincialismo piemontese e savoiardo lo portò a conoscere tutti i nomi più influenti d’Europa. Anche perché, «nasceva bene»: suo padre, il marchese Michele Benso di Cavour, era uno degli uomini più ricchi del Ducato di Savoia ed era addirittura stato sindaco di Torino ai tempi di Napoleone Bonaparte, un potere inimmaginabile».
Un padre napoleonico quindi?
«Certo. Napoleone, conquistato il Piemonte, aveva istituito la Repubblica Cisalpina, con capitale Torino, e aveva nominato Governatore suo cognato, il principe romano Camillo Borghese, un pronipote di Papa Paolo V. Camillo Borghese arriva nel 1799 a Torino con sua moglie Paolina, a sorella di Napoleone, piazza il comando a Palazzo Reale, va ad abitare nella reggia di Stupinigi. È romano, non ha mai visto Torino e il Piemonte: deve trovare un torinese che lo affianchi. Erano anni in cui i Savoia e tutta la corte erano fuggiti in Sardegna. E il giovane marchese Michele Benso di Cavour fu nominato sindaco di Torino e lo rimarrà fino alla caduta di Napoleone nel 1814, sempre al fianco del principe e della moglie che saranno il padrino e la madrina di battesimo di Camillo. Ma seppe barcamenarsi e ottenne prestigiosi incarichi quando il vento politico era cambiato».
Da chi apprese a muoversi nella finanza? E quanto fu importante il periodo passato in Svizzera da Cavour?
«Fu il fratello della madre ad istruirlo, il conte Jacques, un banchiere ginevrino con una splendida villa sul Lago Lemano, che il giovane Camillo andava spesso a trovare. Lo zio ospita nei suoi saloni il fior fiore della società europea: Franz Liszt con George Sand, Giovanni Capodistria, maestro della diplomazia e della finanza di origini veneziane e levantine. In quei mesi lì a Ginevra, nelle cene dei Rothschild nelle lussuose dimore dell’uno o dell’altro, Camillo Cavour conosce John D. Rockefeller Jr. che è in viaggio d’affari. È di Philadelphia e un po’ yankee, ma si vede subito che è un duro».
Questa conoscenza è una premessa alla sua scalata negli affari?
«Certamente. Ben presto conosce ed è conosciuto da tutta la finanza mondiale. E con loro Camillo, che già di suo fa parte della noblesse impara ad avere a che fare con i potenti di tutta Europa conosciuti anche nei circoli esclusivi di Londra, fino all’incontro con Napoleone III e la guerra di Crimea. Non c’è da stupirsi che, in una ventina d’anni, sia diventato molto ricco e potente».
Il suo libro è una biografia un po’ insolita del conte Camillo Benso di Cavour, un po’ romanzata ma attinente ai fatti reali: ha voluto raccontare l’uomo e il politico nei loro aspetti più significativi?
«Su Camillo Cavour sono stati scritti centinaia di libri da molti dei più illustri storici italiani. Io non sono uno storico. So bene che probabilmente questa mia biografia sarà criticata, ma il mio obiettivo è stato quello di immaginare l’anima di Cavour, di provare a raccontarla. E, in un certo senso, raccontare anche il Risorgimento. Non voglio dire che Cavour ne sia l’artefice, ma sono convinto abbia saputo vivere e interpretare il suo tempo, con una straordinaria capacità e una visione internazionale che ben pochi avevano. Diciamo che senza Cavour non si sarebbe compiuto il Risorgimento, il Ducato di Sardegna non sarebbe diventato il Regno di Sardegna e non si sarebbe arrivati al Regno d’Italia. Il suo decennio politico è stato decisivo».
Non si è mai sposato, non era quel che si dice un Adone, ma pare facesse breccia facilmente nei cuori delle donne. Quali doti lo rendevano desiderato dal mondo femminile?
«Sicuramente aveva un fascino straordinario, un qualcosa di magnetico, con quegli occhi chiarissimi, con gli occhialini d’oro, con quella barbetta «alla Cavour». Un giorno, a chi gli chiese «Perché non ti sposi?» rispose: «Non ho tempo di sposarmi, devo fare l’Italia». Una frase che ci fa capire anche il suo senso dell’umorismo. Ma l’Italia la fece veramente».