Politica

Chi usa l'IA in Gran Consiglio, e come

L'intelligenza artificiale è già sbarcata tra i banchi del Parlamento - Il suo impiego è trasversale, con più o meno precauzioni
©Gabriele Putzu
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
24.05.2026 15:30

Il rapporto tra democrazia e intelligenza artificiale è ancora tutto da investigare e approfondire. Certo molto passa e passerà dall’uso che i deputati di ogni Parlamento, piccolo o grande, faranno dell’IA. Anche qui in Ticino si iniziano a vedere segnali di penetrazione dell’intelligenza artificiale nei gangli della politica cantonale, con quali conseguenze è ancora presto per dirlo. Intanto iniziamo questa breve inchiesta tra i nostri deputati.

Nuova normalità

In fase di documentazione iniziale l’occhio ci è caduto sul Rapporto di minoranza della Commissione gestione e finanze circa il Preventivo 2026, relatori Samantha Bourgoin e Ivo Durisch. È un documento pubblico. Una nota alla fine delle conclusioni dichiarava: «In un’ottica di piena trasparenza, le sezioni descrittive del presente rapporto sono state redatte con l’assistenza del modello linguistico ChatGPT 5.1».

Ma è normale? «Certo che lo è - ci risponde Durisch (PS), che ha una solida cultura informatica. Per l’intero partito non posso risponderle, ma vedo che l’IA viene usata sempre di più. Io ho iniziato nel gennaio 2023, in un primo momento per riformulare testi o tradurli. Da allora sono stati fatti passi da gigante: si riescono a ottenere fonti importanti e pertinenti, che poi, va da sé, vanno verificate. Le faccio un esempio partendo da un testo che ho scritto di recente: ho caricato nell’IA i pdf dei conti previsionali, le ho chiesto quali sono le misure di taglio alla spesa proposte dal Governo negli ultimi tre anni tramite preventivi, infine ho ricontrollato le risposte, e ho potuto farlo perché conosco bene l’argomento. Per questo lavoro ci avrei messo due giorni, ho risolto in poche ore. Certo, bisogna muoversi sapendo quel che si fa, studiare accuratamente il postulato di partenza e verificare le risposte».

Rischio omologazione

Ma non c’è il rischio di finire omologati o peggio eterodiretti? «Di venire omologati - risponde Durisch - alla conoscenza di cui si è nutrito il modello di IA... sì, c’è questo rischio. E oggi, di modelli, ce ne sono molti. Anche per ragioni economiche non si possono usare tutti e ciò potrebbe diventare un ulteriore elemento di disuguaglianza tra chi può avere accesso ad alcuni modelli avanzati di IA e chi no. Comunque, per rispondere alla sua domanda, ricordiamoci che tutti i modelli sono in qualche modo ‘politicizzati’. Qualche giorno fa stavo cercando informazioni riguardo lo stato di salute di una persona che assisto, improvvisamente il modello di IA ha iniziato a rivolgersi a me usando il genere femminile, poiché verosimilmente le sue informazioni indicano che chi si prende cura della salute delle persone è spesso una donna. Un’altra volta ho caricato una mozione indicando che era scritta da me e l’IA ha iniziato a darmi del Lei. Sono due piccoli aneddoti, ma se replicati in grande, le lascio intuire in quale distopia potremmo trovarci». Arrivati a questo punto, ci siamo trattenuti dal parlare con Durisch di casse malati: lasciamo al lettore il piacere, si fa per dire, di immaginare cosa significhi rivolgersi per ore, da pazienti, a un chatbot della cassa malati XY, senza peraltro mai vedere, ci sarà da scommetterci, una riduzione estrema, a quattro cifre, dei premi. Stesso discorso per i servizi statali e le tasse.

Il suggerimento

Ad ogni modo, Durisch chiude con una ricetta: «Più alto è il livello di astrazione, più ci si può difendere dall’influenza dell’IA e usarla solo come uno strumento dalle capacità logico-analitiche. È necessario un importante senso critico».

Non perdere di vista la realtà

In area liberale l’IA non è certo sconosciuta: «L’intelligenza artificiale - ci dice Matteo Quadranti (PLR) - è entrata tra le abitudini mie e dei miei colleghi. Alcuni la usano per rivedere i testi, altri per sapere la situazione in differenti Cantoni prima di formulare degli atti parlamentari. In generale non mi sembra che ci sia un uso intensivo e acritico: è ancora percepita come un ausilio. Lo è anche nel mio mestiere, l’avvocatura, nella quale va usata con grande cautela, tenendo presente la sicurezza, il segreto professionale e la precisione. Ma per gli avvocati esistono IA più specifiche e certificate e in fase di valutazione». Ma non c’è il rischio di livellamento verso il basso, culturale e politico? «È il motivo - consiglia Quadranti - per cui bisogna far capo alle proprie conoscenze generali e tecniche e, se possibile, condividere i risultati con i colleghi. In modo da non rimanere solo tu e l’IA, ma tu, l’IA e i tuoi colleghi. Così si diminuisce il rischio di perdere di vista la realtà».

Conservare il confronto aperto

Insomma, la tendenza è usare l’IA come un Google più potente e preciso, senza lanciarsi sull’ottovolante di sperimentazioni più rischiose. «Io la utilizzo - ci dice Maurizio Agustoni (Il Centro) - per recuperare fonti e dati statistici che poi vado a leggere in autonomia per verificare la bontà della risposta data. Per il resto non la utilizzo granché, i miei interventi li scrivo io. Alcuni colleghi la usano per elaborare il riassunto di documenti complessi e lunghi; per dei politici di milizia, infatti, non è sempre scontato trovare il tempo di leggere nel dettaglio ogni documento. Non ritengo che dall’IA possano derivare, in Ticino, pericoli per il nostro funzionamento democratico. L’attività parlamentare è principalmente divisa tra Commissioni e Plenum. Nelle prime, si ragiona più che altro oralmente sulla base di rapporti scritti ed è chiaro che non puoi tenere l’IA aperta mentre discuti ed è meglio così. Nel secondo, l’attività politica è praticamente solo orale. Inoltre, essendo in un sistema di democrazia diretta, il nostro confronto politico è sotto gli occhi di tutti e può essere contestato dal popolo con referendum e iniziative. I pericoli dell’IA sono altrove e stanno nell’assuefazione, nella pigrizia intellettuale, nella limitata costruzione del pensiero critico. Da questo punto di vista, terrei sotto controllo l’uso che dell’IA si fa a scuola e nelle università».

Incrociare i risultati

Sulla stessa linea è Alain Bühler (UDC): «I discorsi scritti dall’IA? No, sono fatti con i piedi e si vede. L’IA per la produzione di testi non è affidabile dal punto di vista linguistico. Però è un ottimo motore di ricerca. Io uso Perplexity, eccellente per l’aggregazione dei dati, poi Claude e Gemini per ricerche più generali. Riguardo l’IA svizzera, sto monitorando gli sviluppi di Apertus ma siamo ancora lontani da un agente IA al pari della concorrenza estera. ChatGPT invece, spiace dirlo, si è persa per strada ultimamente». Ma che utilizzo ne fa? «Ad esempio, recentemente avevo bisogno di sapere, a partire dall’esempio del Canton Basilea campagna, quali Cantoni avessero presentato o avviato piani di rientro pluriennali a livello di spesa pubblica. I link ottenuti erano precisi e ho potuto in seguito approfondire i vari atti. L’IA mi serve soprattutto per la ricerca delle informazioni, dei dati, delle leggi o delle sentenze. L’elaborazione successiva del documento preferisco farla da me. Oppure utilizzo l’IA per un controllo finale o un fact checking di documenti o di notizie reperite sui social. Per questo l’allarme sull’eterodirezione politica da parte dell’IA, con me, non attacca proprio. Non mi faccio certo dire dall’IA come e cosa pensare». Lei si occupa anche di comunicazione, usa l’IA per le campagne elettorali? «L’IA fornisce ottimi video o immagini di repertorio utilizzabili senza infrangere direttamente i diritti d’autore. Per il resto, sono ancora ‘vecchio stampo’: utilizzo i cari vecchi software grafici e di montaggio video. Temo però che al prossimo giro elettorale vedremo una sfilza di video generati con l’IA, approntati tramite soluzioni a basso costo e di dubbia qualità. Ci sarà da mettersi le mani nei capelli…».

Sondare i salari

Chi, anche per formazione, ci va più cauto sull’IA è Giuseppe Sergi (MpS): «Non la uso per scrivere discorsi e testi, sarebbe sconveniente per uno che ha insegnato letteratura come me. La utilizzo per altro. Di recente le ho chiesto di riassumere le tre votazioni sugli accordi bilaterali con l’UE. Spesso domando a ChatGPT un quadro delle diverse situazioni svizzere e ticinesi in materia di evoluzione salariale, un settore dove sono ferrato. L’altro giorno le ho chiesto qual è stata l’evoluzione dei posti di apprendistato in alcune professioni negli ultimi dieci anni. Un tempo avrei dovuto sfogliare per giorni i rendiconti del Consiglio di Stato. Il problema è poi verificare i risultati. Ci vuole formazione critica, capacità di discriminare. Comunque in Parlamento noto un aumento di discorsi più curati, può essere che ci sia lo zampino dell’IA. So di colleghi che forniscono all’IA quattro o cinque idee e che ottengono il discorso finale».

Colonizzare gli interstizi

Ma, sollecitiamo Sergi, si tratta di una buona pratica? «Parlo per me:io ritengo che scrivere sia una forma fondamentale di organizzazione del pensiero e che sarebbe meglio che il proprio pensiero ognuno non se lo facesse organizzare, non dico generare, da una IA che peraltro utilizza criteri non chiari. Si rischia di seguire un ritmo non proprio, di farsi atrofizzare quella vivacità che è necessaria per la scrittura. Riguardo l’IA per riassumere lunghi testi: ho provato a farlo anch’io, trovando i risultati estremamente insoddisfacenti. In un testo ci sono sempre sfumature significative che non sono pleonastiche ma dirimenti. L’IA tende a tralasciarle. Insomma, siamo sempre lì: viviamo in un sistema fondato sul risparmio di tempo, sulla colonizzazione brutale degli interstizi del tempo di una persona, perché il ciclo di produzione deve essere il più breve possibile per aumentare la produttività. E così persino i contenuti vengono organizzati, se non dettati, dai bilanci. È un gatto che si morde la coda. La politica non sfugge a questa deriva».

Censure ideologiche

E riguardo le traduzioni via IA? «Qui sì ho sperimentato il rischio di essere eterodiretti. Curo il sito del partito e traduciamo spesso articoli dall’inglese, dal francese e altre lingue. Abbiamo sempre utilizzato Deepl, con buoni risultati. Ultimamente abbiamo provato ChatGPT e venivano fuori traduzioni diverse. Sulla tragedia di Gaza, per esempio, l’IA non voleva mai tradurre il termine «genocidio». Ci girava intorno. Un orientamento linguistico già del tutto ideologizzato».