Claudio Fava: «Oggi il male ha imparato garbo e vanità, l’unico rimedio è coltivare il dubbio»

Nato a Catania nel 1957, Claudio Fava è in primis un giornalista di lungo corso. Ha iniziato al mensile «I Siciliani», fondato da suo padre Giuseppe Fava, assassinato dalla mafia nel 1984. È stato inviato per il «Corriere della Sera», «L’Espresso», «L’Europeo». Poi ancora - quasi una seconda vita - politico regionale in Sicilia, deputato ed europarlamentare (area di sinistra). Per Fandango Libri è appena uscito Non ti fidare, romanzo incentrato su uno dei temi cardine della sua carriera: la dittatura argentina, con il suo angoscioso carico di desaparecidos e dei loro figli assegnati in adozione a persone vicine al regime.
«Quel periodo ha ancora qualcosa da insegnarci»:così lei, qualche giorno fa. Le chiedo dunque:che cosa ha da insegnarci?
«Quanto accaduto in Argentina fra il 1976 e il 1983 dovrebbe aiutarci a capire come l’idea di autocrazia, di un governo che vuole ricostruire il senso comune della morale e che cerca di entrare nella vita quotidiana delle persone, e che si ostina a rimodellare il mondo a propria immagine e somiglianza, non è mai tramontata. Non sono più di moda i tiranni spagnoli, greci o argentini, ma la pratica dell’autocrazia si sta di nuovo affermando. Negli Stati Uniti e in Europa, nel cosiddetto Occidente insomma, mi sembra che non pochi stiano accettando la possibilità di una politica violentemente autoritaria».
Mi scusi, perché «cosiddetto» Occidente?
«Non credo ci sia più un unico Occidente, quello che una volta tramandava un certo sistema di valori. Così come non esiste più la logica bipolare che per decenni ha retto il mondo. È difficile, oggi, mettere Stati Uniti ed Europa sullo stesso piano, nello stesso orizzonte comune. Occidente è parola che bisognerà declinare sempre di più al plurale».
Ma anche all’epoca del golpe di Videla - di cui fra qualche giorno sarà il cinquantesimo - l’Occidente brillò per ipocrisia.
«Vero. Avevo 19 anni. Non ci fu un boicottaggio né altro, piuttosto un’acquiescienza, non tanto per interessi economici quanto per opportunità politica. Si preferì fingere che tutto andasse per il meglio, che si fosse davanti a un’operazione di ordine politico e sociale. Vediamo come va, ci si disse in Occidente. Certo in Argentina non ci fu l’eclatante violenza accaduta in Cile, con fucilazioni e torture, e la giunta evitò di esporsi al giudizio dell’opinione pubblica internazionale. Ma le cancellerie occidentali sapevano».
Quasi una normalità terrificante.
«Il 25 marzo 1976 scuole e cinema erano aperti e lo rimasero, ma la notte i militari uscivano a rastrellare gli oppositori. L’Occidente ignorò metodicamente tutto oppure tentò di andare d’accordo con la giunta. Solo un viceconsole italiano si oppose a questa forma di appeasement e fece aperture ai dissidenti, ma un anno dopo la Farnesina lo spedì in Nepal. Il nunzio apostolico del Vaticano si limitò a giocare a tennis con alcuni golpisti».
Si sarebbe dovuto almeno boicottare il regime argertino, come l’Occidente fa oggi con la Russia? Mi riferisco alle polemiche sulla Biennale di Venezia. Che ne pensa?
«Guardi, su questo io sono d’accordo con Pietrangelo Buttafuoco (il presidente della Biennale che ha aperto alla Russia, ndr), il quale ha fatto una scelta di grande coraggio. La cultura e l’arte possono essere davvero l’ultima terra di mezzo nella quale costruire un senso di comunione se non di comunità, e vale per russi, palestinesi, iraniani, e per tutti. È l’unico modo in cui possiamo recuperare una pacificazione».
Dal caso del golpe argentino a Catania. A inizio di questo marzo è morto il mafioso Nitto Santapaola, mandante dell’omicidio di suo padre Giuseppe Fava. Anche all’epoca, in Sicilia, si respirava una «normalità terrificante».
«Negli anni in cui Santapaola organizzava stragi e regolamenti di conti, a Catania le sue concessionarie d’auto venivano inaugurate con la presenza di sua moglie, che faceva da prestanome, e del prefetto della città. Cose che non accadevano nemmeno nella Colombia di Pablo Escobar. C’era un pactum sceleris secondo il quale bisognava dire che Catania era una città perbene».
A proposito, lei iniziò la carriera nella testata di suo padre, «I siciliani». Qual era il vostro metodo di lavoro?
«Il nostro non era giornalismo d’assalto, come venne etichettato. Era giornalismo e basta, per il semplice fatto che quello di molti altri non lo era, poiché era un giornalismo di convenienza e di reticenza, di omissione, a tal punto che, ricordo, a volte uscivano fotografie di cronaca locale senza i nomi in didascalia. Un giornalismo servile con i potenti e muto con i violenti, una consuetudine tribale, una macchina di appartenenza. C’era un patto del silenzio. In tale contesto, noi non facevamo contro-informazione, ma solo... informazione. Raccontavamo cose che tutti avrebbero potuto raccontare se non avessero deciso di chiudere gli occhi sulla realtà. Stringemmo i denti ma alla fine ‘I siciliani’ fu costretto a chiudere».
E lei andò in Sudamerica. Le si aprì un mondo.
«O restavo in Sicilia ed entravo nei panni del ‘reduce’, dove il giornalismo rischiava di essere solo un appendice del ruolo che mi sarebbe stato attribuito, o me ne andavo dove storie come la mia ce n’erano migliaia. Un luogo di grandi passioni e grandi tragedie, dove le vicende individuali scomparivano in un immenso movimento della Storia. Volevo prendere la distanza da ciò che avevo vissuto e sentire il mio mestiere non come una eredità drammatica ma come, semplicemente, il mio mestiere. Partii».
Da freelance precario, vero?
«Con la mia compagna, che faceva la fotografa. Il poco argent che restava non ci permetteva di prendere aerei. Ci trovammo nella condizione migliore di tutte, quella raccontata da Tiziano Terzani nel suo Un indovino mi disse: andare a piedi. Attraversai l’America latina al passo della gente comune. È una dimensione che ti permette di farti arrivare addosso le storie e di farle entrare dentro di te. All’epoca si poteva, gli articoli li mandavamo con la telescrivente. Questo tempo lungo mi ha fatto scoprire un modo diverso di fare giornalismo».
La dittatura argentina era caduta da pochissimi anni, c’era una ferita aperta.
«Le Madri di Plaza de Mayo si sforzavano di mantenere viva una memoria politica ma non polemica, semplicemente dicendo:‘sono stati ammazzati trentamila padri e madri, da qualche parte devono esserci i loro figli’. Quando tornò un governo democratico, si cercò di fare luce, ma ci si accorse che la società era troppo lacerata e che la ricerca delle responsabilità collettive avrebbe precipitato il Paese nel caos. Fu un processo lento, inizialmente di verità negate».
Il suo ultimo romanzo riguarda proprio una di queste. La storia di Stella, che a un certo punto si chiede:«Si può continuare ad amare il padre che ti ha cresciuto ma che ha contribuito alla morte dei tuoi veri genitori?».
«È l’eterno problema della fiducia e del tradimento. Nel nostro tempo, il male ha imparato la cortesia, le buone maniere, le parole garbate e perfino di conforto. Ci sono mafiosi che si presentano esattamente così. Il male ha imparato anche la vanità. L’unico rimedio è coltivare il dubbio, per non adagiarci negli atti di fede delle quotidiane certezze, nell’intoccabilità dei rapporti famigliari e delle appartenenze cieche. E nei modelli ‘vincenti’ che ti offre una società indebolita».
