Contro il logorio dell'intelligenza moderna

L’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale (IDSIA USI-SUPSI) di Lugano è oggi uno dei centri di ricerca più importanti al mondo nel suo campo. Il suo direttore Andrea Emilio Rizzoli e Pietro Veragouth, direttore di IDI - Institute for Decoding Innovation, discutono di robot che imparano a suonare la batteria, tra algoritmi, lavoro che cambia e intelligenze artificiali che si valutano da sole. Il futuro dell’IA è già qui, e non è detto che sappiamo davvero cosa stiamo costruendo.
Un robottino che forse un giorno suonerà la batteria. All’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale (IDSIA USI-SUPSI), il direttore Andrea Emilio Rizzoli ci mostra la camminata telecomandata di un piccolo robot prodotto in Cina dalla Unitree. «L’abbiamo acquistato per sviluppare algoritmi di intelligenza artificiale che interagiscono con il mondo fisico». Ma è qui che emergono i limiti attuali dell’IA. «Gli algoritmi generativi si basano su correlazioni statistiche fra dati, non supportati dalle leggi di causalità e dalle leggi fisiche». Sanno prevedere, ma non capiscono davvero il mondo. «Abbiamo addestrato una versione digitale del robot in un mondo virtuale, e questa versione ha imparato a suonare la batteria. Adesso vogliamo vedere se si riesce a trasferire ciò che viene appreso nella realtà virtuale nel mondo fisico». Progetto e applicazioni fanno parte del progetto «Robot Drummer: Learning Rythmic Skills for Humanoid» sviluppato dal gruppo di ricerca SUPSI in Controllo intelligente dell’IDSIA.
Rizzoli invita però a distinguere tra IA vera e robotica classica. «La maggior parte di ciò che abbiamo visto sono algoritmi standard di controllo, che non apprendono. La parte davvero nuova è la capacità di dialogare con questi robot in linguaggio naturale: dirgli «fa questa cosa» in modo semplice e intuitivo». Non è il movimento a essere rivoluzionario, quanto il modo in cui lo comandiamo.
Per Veragouth è proprio lì che sta avvenendo il salto di scala. «Il punto è che l’intelligenza artificiale sta uscendo dallo schermo ed entrando nel mondo fisico. La mezza maratona di Pechino è simbolica: in tre anni siamo passati da robot che faticavano a stare in piedi a macchine capaci di percorrere ventuno chilometri in meno di un’ora (il riferimento è al robot umanoide «Lightning», che il 19 aprile scorso a Pechino ha completato la mezza maratona (21,097 km) in un tempo record di 50 minuti e 26 secondi, battendo il precedente record mondiale umano dell’ugandese Jacob Kiplimo di oltre 7 minuti, n.d.r.). La robotica non va più letta con i tempi della meccanica tradizionale, ma con i tempi dell’IA».

IA e il logorio della vita moderna
Angelo Dalle Molle - quest’anno ricorrono i 25 anni dalla sua scomparsa - è lo stesso imprenditore visionario che nel 1952 inventò il Cynar e ne fece lo spot con Ernesto Calindri seduto al tavolo nel traffico: contro il logorio della vita moderna. «Aveva capito le potenzialità dell’intelligenza artificiale ben prima di tanti altri» ricorda Rizzoli. La fondazione che diede vita all’IDSIA si chiama Fondazione Dalle Molle per la qualità della vita. L’IA combatte il logorio della vita o lo aumenta?
Rizzoli: «Può anche aumentarlo. C’è il potenziale di creare un agente personalizzato che agisce per conto tuo: burocrazia, assicurazioni, conti bancari. Ma delegare funziona solo se ti fidi, e in questo momento non possiamo ancora fidarci completamente di questi strumenti».
Veragouth: «La domanda non è se l’IA ci farà lavorare di più o di meno. È chi riuscirà ad adattarsi abbastanza velocemente. Ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto alcuni lavori e ne ha creati altri, ma in passato la società aveva più tempo: una generazione, a volte due. Qui parliamo di anni».

Il cortocircuito dell’IA che valuta l’IA
Rizzoli: «Si sta creando un sistema vizioso: il ricercatore fa scrivere l’articolo all’IA e il revisore fa leggere l’articolo all’IA. C’è il rischio che la cosa sfugga di mano».
Veragouth: «Quando una macchina produce, un’altra valuta e una terza ottimizza, l’essere umano resta formalmente responsabile di decisioni che in realtà non ha più compreso. Il pericolo è che diventi impossibile capire dove nasce l’errore e chi ne risponde».
AGI: tra definizione e realtà
AGI - Artificial General Intelligence - indica un’intelligenza artificiale capace di apprendere e ragionare in modo autonomo, come un essere umano. Siamo già lì?
Rizzoli: «Oggi l’IA non ha coscienza e non è in grado di sviluppare indipendentemente un pensiero, formulare e verificare ipotesi se non seguendo istruzioni date da un umano. Su certi problemi logici gli esseri umani arrivano all’80%, i modelli al 3%. Non bisogna cadere nell’errore di umanizzare troppo. L’IA attuale, priva di coscienza, è anche priva di intenzioni. Vedo più urgente la regolamentazione in settori critici come quello militare: non c’è ancora un accordo tra le superpotenze su come vengono utilizzati questi strumenti, ed è lì che corriamo i rischi maggiori».
Veragouth: «Andrea ha ragione: l’IA non ha coscienza. Ma il rischio non nasce necessariamente da essa. Un virus non ha coscienza, un algoritmo finanziario non ha coscienza, un sistema d’arma autonomo non ha coscienza. Eppure producono effetti enormi. Il punto è cosa può fare l’IA, a quale scala, con quale velocità, dentro quali incentivi. E l’AGI potrebbe arrivare per soglie successive: quando una tecnologia inizia a partecipare al proprio miglioramento, la velocità del cambiamento non è più quella umana».
Lavoro, economia e disuguaglianze
Rizzoli: «Il professionista che usa l’IA è molto più produttivo. Ma se i soldi generati dall’intelligenza artificiale non vengono usati per garantire sistemi di supporto sociale, crolla anche il mercato. Se distruggi il potere d’acquisto, arriviamo a scenari veramente distopici».
Veragouth: «L’IA trasforma la produttività in pressione competitiva. Se un’azienda riduce i costi, le altre sono costrette a seguirla, anche se socialmente non siamo pronti. Il rischio è che l’automazione cognitiva proceda più velocemente della capacità di creare nuovi ruoli e nuovi ammortizzatori».
Tra entusiasmi e timori, il processo sembra ormai irreversibile. In matematica, ricorda Veragouth, «sistemi recenti hanno raggiunto risultati che fino a poco tempo fa sembravano impossibili. Non è ancora la macchina che capisce come un essere umano, ma produce già risultati che fino a ieri associavamo all’intelligenza umana di altissimo livello. Possiamo discutere se chiamarla AGI, ma intanto la frontiera si sposta. E quando una frontiera si sposta così rapidamente, il compito di un Paese non è rassicurarsi. È prepararsi».
Prepararsi a una convivenza? James Lovelock, nel libro Novacene, immagina un futuro in cui umani e macchine collaborano come parti di un unico sistema vivente. Utopia? Forse. Ma anche l’idea di un robottino che impara a suonare la batteria, fino a pochi anni fa, sembrava fantascienza.
Nel frattempo, nelle viscere dell’IDSIA, il robottino «tamburino» se ne sta lì, immobile. Tornerà a muoversi e forse a suonare - come Ringo Starr - ma solo su comando. Per ora. O lo vedremo un giorno partecipare alle Robolimpiadi? Andrea Emilio Rizzoli sorride: «Pensiamo al gioco degli scacchi. Qualsiasi software gioca meglio del campione del mondo. Ma chi va a vedere una partita tra software? Nessuno». O dei robospettatori…
Jürgen Schmidhuber, il padre dell’IA che «nessuno» conosce
Direttore scientifico dell’IDSIA dal 1995, Jürgen Schmidhuber è considerato uno dei padri dell’intelligenza artificiale moderna. Negli anni ‘90, con il suo dottorando Sepp Hochreiter, sviluppò l’LSTM - Long Short-Term Memory - architettura che insegna alle macchine a ricordare sequenze di dati nel tempo. Un’idea in anticipo sui tempi: per 20 anni attese la potenza di calcolo necessaria per diventare utile.
L’algoritmo ovunque
Oggi l’LSTM è alla base del riconoscimento vocale di Siri e Google Assistant, della traduzione automatica e della guida autonoma. È uno dei mattoni fondamentali di modelli come ChatGPT. Quella voce che risponde al tuo telefono passa anche da un algoritmo inventato a Lugano trent’anni fa.
