Così giovani, così indebitati

Un vissuto come il suo è difficile da condividere con altri. Ammettere di essere stati indebitati fino al collo non è mai un bel biglietto da visita, soprattutto quando si ha da poco compiuto i vent’anni e si è alla ricerca di un lavoro. Eppure, questo giovane ticinese ha voluto incontrarci, consapevole che la sua esperienza potrebbe essere d’aiuto ad altri.
Per rispetto della sua privacy gli garantiamo l’anonimato. In fin dei conti non interessa la persona in sé, ma il fatto che lui, a differenza di molti altri ragazzi ticinesi, ce l’abbia fatta. Carlo, lo chiamiamo così, è riuscito a liberarsi dalla morsa dei debiti.
Sguardo sfuggente, poche parole. Carlo non è esattamente uno che si sa vendere bene. Tuttavia, quando si riesce ad andare oltre alle apparenze, ci si rende conto che è un ragazzo in gamba. Uno che, quando non sapeva più a che santo votarsi, ha avuto il coraggio di chiedere aiuto per salvarsi dalla rovina finanziaria.
Basta un clic
Tutto inizia con la sua prima paga da apprendista. Millecinquecento franchi che gli fanno toccare il cielo con un dito. La cifra non è importante, ma per lui, quei soldi versati sul suo primo conto bancario rappresentano l’agognata indipendenza finanziaria. Prima doveva vivere con la paghetta versatagli con fatica dai suoi genitori, ora poteva decidere cosa comprare liberamente. Inizia dal telefonino. Si abbona e riceve l’ultimo modello dell’IPhone, quello che hanno i suoi amici. «Averlo significava appartenere ad un gruppo. «Ce l’ho anch’io!» Mi dicevo orgoglioso…», ricorda.
Poi passa alla sua grande passione: i videogiochi. Inizia con le versioni più semplici, per poi passare a quelle più costose. «Era facile: bastava un clic e avevo accesso a modelli di giochi incredibili che potevo pagare con rate irrisorie. Tipo venti, massimo quaranta franchi al mese». Col tempo, le rate si accumulano, insieme alle multe che Carlo colleziona per aver viaggiato sui mezzi pubblici senza biglietto.
Il capolinea
La situazione comincia a diventare esplosiva: «Le bollette arrivavano e non avevo più soldi per pagarle. Nonostante ciò, continuavo a dirmi che avrei sistemato tutto il mese successivo» ricorda. Ad un certo punto i debiti arrivano a sette mila franchi e lui non ce la fa più. Si rende conto che con quel fardello finanziario, non avrebbe trovato lavoro dopo l’apprendistato. Invece di ignorare la situazione come alcuni suoi coetanei indebitati, decide di farsi aiutare.
Due giovani ticinesi su dieci indebitati
«Mi ricordo bene quando è venuto da noi. Carlo era un ragazzo perso nel caos delle offerte commerciali. La narrazione attuale è che si può comprare tutto, ma poi le nuove generazioni devono fare i conti con la realtà, che dice il contrario. Il risveglio per ragazzi come Carlo è brutale. Se si vuole sfuggire all’indebitamento, occorre chiedere aiuto, proprio come ha fatto questo giovane ticinese che ora ha preso in mano la sua vita» spiega Ilario Lodi. Secondo il direttore regionale di Pro Juventute, almeno due giovani su dieci hanno problemi di debiti. Una radiografia scattata anni fa tra ticinesi dai 18 e i 24 anni dalla Supsi, la scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, confermava già la gravità della situazione: il 21% dei giovani coinvolti nell’indagine era indebitato. Di questi, la metà aveva ammesso di avere un debito complessivo inferiore ai 500 franchi; il 10% doveva soldi a amici e familiari e solo l’1.5% aveva bussato alla porta di istituti di credito. L’indagine aveva inoltre messo in evidenza il fatto che il 10% degli intervistati avesse acquistato oggetti o prestazioni a leasing o a rate; e l’11% aveva fatture non saldate malgrado i richiami.
Sirene sempre più tentatrici
«La maggioranza della gioventù è sana» puntualizza Ilario Lodi - ma l’incapacità di alcuni di loro di governare i soldi e le loro stesse vite è un problema serio». L’indebitamento precoce è figlio di diverse cause: «mancanza di esperienza, pressione dei coetanei, pubblicità e fattori psicologici come il desiderio di assumersi rischi personali giocano un ruolo importante in un mondo pieno di tentazioni, popolato da sirene sempre più incantatrici. Questi elementi, combinati con un comportamento da consumatori e la propensione a spendere soldi che non hanno, sono esplosivi».
Il primo stipendio in una borsetta
Per illustrare la situazione, Ilario Lodi racconta di una ragazza il cui primo stipendio da apprendista è finito in una serata in discoteca, con la prenotazione di un tavolo per tutti i suoi amici, «un’altra ragazza ha bruciato tutta la sua prima paga acquistando una borsetta costosa. Nel giro di breve tempo ambedue si sono indebitate fino al collo». Esperti come Lodi avvertono che il fenomeno non è casuale. «La rete sociale di chi bussa alla nostra porta è fragile: cattive compagnie, famiglie in difficoltà, genitori separati, un passato migratorio. Molti di loro non sono in grado di immaginarsi un futuro realizzato assumendo quelle piccole responsabilità che permetterebbero loro di arrivare in un punto ben preciso della vita».
Qui risiede il problema. Spesso le nuove generazioni soddisfano desideri che non sono i loro, come ostentare vestiti costosi, auto di lusso, telefonini d’ultima generazione. E pure in campo delle competenze professionali «devi sapere l’inglese oppure maneggiare le nuove tecnologie, altrimenti sei nessuno. La società crea bisogni che i giovani sono costretti a seguire per paura di esser tagliati fuori. Il tavolo in discoteca è il prezzo da pagare per essere accettati. In realtà sei sempre più solo ed indebitato».
L’assistenza come alternativa di vita
La cultura del credito presenta gravi conseguenze, che si riflettono anche sul sistema. «Oggi - spiega Lodi - chi entra nei servizi sociali a causa dei debiti accumulati, fatica ad uscirne». Per il direttore di Pro Juventute il nostro welfare, così prezioso nello scorso millennio, va rivisto al più presto, perché mostra evidenti limiti. «È stato concepito per le emergenze, ma adesso le emergenze sono diventate la norma, o quasi. Ci sono persino ragazzi che vedono l’assistenza come scelta di vita. La situazione è critica perché sta mettendo sotto pressione i servizi sociali. Serve un cambiamento di paradigma perché i giovani di oggi non sono più quelli di ieri. Dove iniziare? Dall’educazione. Ci vogliono investimenti massicci per rivedere la scuola e la formazione professionale. Invece di concentrarsi soltanto sui risultati, occorre riportare l’individuo al centro del progetto educativo, per capire cosa sia realmente necessario per il suo futuro. Serve un atto di coraggio, perché la questione è squisitamente politica».
