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Così la guerra frena la crescita: l’OCSE quantifica nei suoi scenari il rallentamento a livello globale

I conflitti bellici in Medio Oriente, e in particolare la guerra di USA e Israele contro l’Iran, sono ormai un elemento determinante nella valutazione dell’andamento dell’economia internazionale
©ALEX PLAVEVSKI
Lino Terlizzi
06.06.2026 20:15

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) lima ancora le sue previsioni sulla crescita economica mondiale. I conflitti bellici in Medio Oriente, e in particolare la guerra di USA e Israele contro l’Iran, sono ormai un elemento determinante nella valutazione dell’andamento dell’economia internazionale. Non che non ci siano anche i fardelli di altre tensioni geopolitiche e di altri conflitti, basti pensare alla perdurante invasione russa dell’Ucraina. Il fatto è che gli scontri armati nell’area mediorientale, compresi quelli che coinvolgono Israele a Gaza e in Libano, hanno riflessi molto vasti. Per ragioni geopolitiche ma pure per ragioni economiche. Come si è visto anche con i blocchi nel Golfo Persico allo Stretto di Hormuz, con i conseguenti aumenti dei prezzi di petrolio, gas e altri beni.

Tra pressione e resilienza

L’OCSE, che ha pubblicato il suo nuovo Outlook nei giorni scorsi, sottolinea quanto l’economia globale sia sotto pressione e indica due possibili scenari. Il primo è di perturbazioni relativamente limitate nel tempo (la guerra contro l’Iran è iniziata a fine febbraio) e il secondo è invece di perturbazioni prolungate. Restando nel primo scenario, e assumendo che i prezzi dell’energia calino gradualmente da metà 2026, la crescita mondiale (variazione annua del Prodotto interno lordo, PIL) potrebbe essere del 2,8% quest’anno e del 3,1% il prossimo. Nel 2025 è stata del 3,4%, quindi il rallentamento sarebbe molto chiaro, seppur non enorme. Nel marzo scorso l’OCSE prevedeva 2,9% per il 2026 e 3% per il 2027. Se però le perturbazioni proseguissero, sino a entrare nel 2027, saremmo nel secondo scenario, con una crescita globale che potrebbe fermarsi al 2,1% quest’anno e all’1,8% il prossimo; sarebbe un’ampia frenata, con la potenziale discesa di alcune economie in una recessione o nei pressi.

L’economia mondiale per l’OCSE ha mostrato un buon grado di resilienza nel complesso, anche grazie ai forti investimenti legati all’Intelligenza Artificiale, a condizioni finanziarie di supporto, ad alcuni spiragli nelle tensioni sui commerci (i dazi USA voluti da Trump, peraltro, sono stati solo in parte bloccati, non sono spariti). Il rallentamento però appunto c’è. Sempre nel primo scenario, gli stessi Stati Uniti dovrebbero avere una crescita del 2% quest’anno e dell’1,8% il prossimo, dopo il 2,1% dell’anno scorso; secondo l’OCSE, anche il Paese che ha varato i dazi dunque rallenterà. L’Eurozona dovrebbe registrare una crescita dello 0,8% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027, dopo l’1,4% del 2025. Sul versante dei maggiori Paesi emergenti, la Cina dovrebbe avere una crescita del 4,5% quest’anno e del 4,3% il prossimo, dopo il 5% dell’anno scorso; il gigante cinese dovrebbe quindi procedere con un passo ancora robusto ma a sua volta con minor velocità.

È utile vedere anche cosa l’OCSE, che ha sede a Parigi e raggruppa 38 Paesi, Svizzera compresa, prevede per quel che riguarda l’inflazione. Per la sua area l’Organizzazione indica un’inflazione del 4,3% nel 2026 e del 3% nel 2027, dopo il 4% del 2025. Qui occorre ricollegarsi al primo scenario delineato, con turbolenze legate ai conflitti bellici in parziale calo nella seconda metà di quest’anno e dunque con un rincaro che dopo l’aumento andrebbe poi a scendere l’anno prossimo. Gli Stati Uniti, con i prezzi spinti anche dai dazi sull’import, dovrebbero avere un’inflazione del 3,7% quest’anno e del 2,1% il prossimo, dopo il 2,6% dell’anno scorso. L’Eurozona dovrebbe difendersi meglio degli USA a livello di rincaro, con un’inflazione del 2,8% nel 2026 e del 2,4% nel 2027, dopo il 2,1% del 2025.

Dazi, prezzi e tassi

L’obiettivo delle maggiori banche centrali, a cominciare dalla Federal Reserve (Fed) americana e dalla Banca centrale europea (BCE), è avere un’inflazione al 2% in media annua. Gli effetti dei dazi targati Trump da una parte e le conseguenze dei conflitti bellici dall’altra stanno però spingendo i prezzi ben sopra questa soglia. Per molti istituti centrali si sta ripresentando quindi un classico bivio, già visto in altre fasi di aumenti dei prezzi. Si tratta di scegliere: avere tassi di interesse non bassi per frenare l’inflazione, con ciò però anche non aiutando la crescita economica; oppure avere tassi bassi, con ciò sostenendo la crescita ma non frenando l’inflazione. L’OCSE stima che nella gran parte dei casi i tassi di riferimento aumenteranno o rimarranno invariati nel 2026. È evidente che con questo quadro tassi molto bassi per tanti Paesi sono impraticabili (la Svizzera, con il franco forte e l’inflazione bassa, è una storia a parte). D’altro canto proprio la guardia alta contro l’inflazione, insieme alla auspicata riduzione delle guerre, dovrebbe contribuire a un minor rincaro internazionale nel 2027, nel miglior scenario.

La Svizzera rimane in difesa e l'Italia manca l'aggancio

Guerre, tensioni geopolitiche, dazi si fanno sentire in tutto il mondo e anche la Svizzera subisce il rallentamento economico. La Confederazione riesce però ancora una volta, come confermano i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), a limitare non poco i danni. Nel suo Outlook, pubblicato nei giorni scorsi, l’OCSE prevede per la Svizzera una crescita economica dell’1,1% nel 2026 e dell’1,5% nel 2027, dopo l’1,3% del 2025. Si tratta di cifre legate allo scenario mondiale indicato come prevalente, cioè quello di perturbazioni dovute alle guerre (in particolare a quelle in Medio Oriente) relativamente limitate nel tempo. L’inflazione, spinta dagli incrementi dei prezzi di petrolio, gas e altri beni, anche alle latitudini elvetiche dovrebbe avere aumenti, ma con un rincaro ancora contenuto in rapporto a ciò che si registra nel mondo. Per l’OCSE l’inflazione svizzera dovrebbe essere dello 0,7% sia quest’anno sia il prossimo, dopo lo 0,2% dell’anno scorso. L’obiettivo della Banca nazionale svizzera (BNS) è un’inflazione media annua nella fascia 0%-2% e le cifre indicano che questo obiettivo è raggiunto. È chiaro che un contributo non secondario al mantenimento di una bassa inflazione viene dalla forza del franco, che rende di fatto meno care le importazioni. È un vantaggio della moneta forte. L’altra faccia della medaglia del franco forte è lo svantaggio per l’export elvetico, che con una valuta così robusta diventa più caro. Il fatto è oggettivo, ma bisogna anche dire che le imprese esportatrici svizzere nel corso del tempo sono riuscite ad adattarsi, puntando in prevalenza su beni e servizi ad alto valore aggiunto e diversificando i mercati. È anche vero che con la sua azione la BNS, che negli anni ha cercato di frenare il franco, ha comprato tempo, diluendo il rafforzamento della moneta, a favore dell’export. Ma l’ascesa c’è stata grazie all’affidabilità del Sistema Paese, ai conti pubblici in ordine, alla resilienza dell’economia elvetica. Ora bisognerà vedere se la BNS continuerà con gli acquisti di valute estere e se lascerà a zero il tasso di riferimento sul franco. Situazione diversa per l’Italia, che rimane un’economia rilevante nel quadro internazionale ma che non riesce a riacquisire un passo economico adeguato. Il rallentamento attuale si somma ad una velocità che era già ridotta. Nonostante la graduale immissione di circa 200 miliardi di euro, tra prestiti e finanziamenti a fondo perduto, legati alla quota per l’Italia del Recovery Fund dell’Unione europea, una crescita economica annua di almeno l’1% rimane un obiettivo non raggiunto. Per l’OCSE la crescita italiana dovrebbe essere dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% il prossimo, dopo lo 0,5% dell’anno scorso. Nel marzo scorso la previsione per il 2026 era 0,4%, ma il lieve miglioramento oraindicato non cambia molto la situazione. L’inflazione in Italia dovrebbe essere del 3% nel 2026 e del 2,2% nel 2027, dopo l’1,6% del 2025. Alla tradizionale vivacità del tessuto di imprese italiane, caratterizzato in gran parte da aziende piccole-medie e da una forte propensione all’export, si contrappongono alcuni problemi di fondo. Tra questi, gli investimenti in produttività non sempre sufficienti, i salari reali e il potere d’acquisto in parte troppo limitati, le burocrazie ancora ampie, i conti pubblici pesanti, con un indebitamento che rimane molto elevato. Le capacità di molti attori dell’economia italiana di adattarsi e di cogliere le opportunità favoriscono una certa tenuta, ma i problemi non superati non permettono all’Italia una velocità maggiore, più adeguata alla sua rilevanza economica.