L'intervista

«Così lontano e così vicino: il mio racconto sulle donne»

Sara Catella ha pubblicato il suo ultimo libro con Casagrande – Si intitola «Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina?» - L'autrice: «Ho voluto tenere insieme questo nord e questo sud dell’anima che molti ticinesi sentono dentro di sé»
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
12.07.2026 06:00

Sara Catella, già ben conosciuta per il suo Le malorose. Confidenze di una levatrice (2022), ha appena pubblicato, sempre con Edizioni Casagrande, un nuovo lavoro letterario dal titolo Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina? La scrittrice, nata a Lugano nel 1980, da una decina di anni vive a Berna. Curiosi di tutto quanto accade lassù, siamo partiti proprio da questo dato.

Com’è vivere a Berna, per chi vuol vivere anche di letteratura?
«Ci siamo trasferiti per un motivo banale: mio marito aveva trovato un lavoro qui. Io ero in un momento della vita in cui mi andava anche bene iniziare una nuova avventura e così abbiamo fatto le valigie piuttosto rapidamente. Ho presto realizzato che, con la mia formazione in lettere all’Università Statale di Milano, le possibilità di inserirmi nel mondo del lavoro erano piuttosto ridotte».

È stato complicato?
«Ni oui ni non. Vivendo un poco fuori Berna, in una fattoria, mi sono trovata in un contesto più... introspettivo. Così mi sono avvicinata alla scrittura. Mi sono candidata all’Institute Littéraire Suisse di Bienne. Un percorso di studi di tre anni (Bachelor), con la possibilità di proseguire con un Master della durata di altri due, il tutto presso la Berner Fachhochschule. Si tratta di una scuola unica nel suo genere. La mia domanda fu respinta. Mi dissero: bene, bello, brava, ma qui lavoriamo solo in tedesco e in francese».

Quale fu la tua reazione?
«Rimasi a casa! Per un anno ho lavorato alla traduzione del mio dossier di candidatura. Lo rimandai in francese, e fui accettata. Quello di Bienne è un corso di laurea speciale, ci sono solo pochi posti all’anno, si contano sulle dita di due mani. La selezione è stata dura, mi ci è voluta una certa resilienza. Oggi sono felice. Ho imparato molto».

Che cosa, ad esempio?
«Un metodo, una sistematicità, una regolarità. In sostanza resti quattro o cinque ore al giorno alla scrivania, a scrivere. Per me era la situazione ideale. La mattina seguivo le lezioni, in francese o tedesco, e scrivevo. Il pomeriggio lo dedicavo ai miei figli».

Come è stato scrivere in francese? Alcuni l’hanno fatto, ma con una certa fatica: il primo che mi viene in mente è Samuel Beckett, ma la storia della letteratura è costellata di simili tentativi.
«Ho sperimentato subito una scrittura molto povera, ho lavorato con delle grandissime limitazioni, che però nel tempo sono diventate spinte creative. Ma se c’è una cosa davvero preziosa di quegli anni sono i colleghi e le colleghe: persone spesso disperate e profondamente innamorate della materia, proprio come te. Con loro puoi confrontarti, c’è sempre qualcuno disposto a entrare dentro quello che hai prodotto e a dirti con sincerità cosa funziona e cosa no».

E poi c’è l’ambiente svizzero tedesco e romando.
«Sì, devo ammettere che per chi vuole scrivere letteratura questo scambio continuo con tutto ciò che di letterario si muove in Svizzera è impagabile».

Vogliamo qualche suggerimento di lettura direttamente dal fronte!
«Ci sono diverse autrici svizzere che ammiro molto, come Laurence Boissier, Noëlle Revaz e Fabienne Radi, Isabelle Sbrissa o Noemi Lerch».

Quali grandi scrittori hanno influenzato più o meno apertamente il tuo stile?
«Influenzato non lo so, ma restano sul mio comodino come fedeli compagni di viaggio Winfried Sebald, sicuramente, che ha scritto un memorabile saggio su Robert Walser, poi Hannah Arendt, Alice Munro, senza dubbio Italo Calvino, poi Simone de Beauvoir».

Ed eccoci arrivati all’ultimo tuo titolo per Casagrande.
«Sono pronta».

Se letto con adeguata calma, un pomeriggio d’estate in giardino, all’ombra, bevendo un’acqua al tamarindo, risulta essere un libro che è un inno peculiarmente femminile alla vita, ai sapori della vita, ma anche alla sfasatura tra la realtà e le immagini, e alla memoria. Sono pagine visive, vivide, innestate sui sensi, in particolare sui sensi di una bambina molto attenta, che scopre un mondo a metà strada - sto azzardando un’analisi estetica - tra le foto di Luigi Ghirri e il technicolor degli anni Ottanta.
«Tu citi Ghirri, la nostra prima scelta di immagine di copertina! Comunque, potrebbe essere così. Il libro nasce dall’osservazione del mondo, soprattutto quello delle donne della mia famiglia, che ho osservato fin da piccola e che mi hanno sempre interessata e interrogata. Erano donne che lavoravano: il lavoro era parte della loro identità e del loro modo di stare nel mondo. Ma in qualche modo, poco considerato».

Oggi come stanno le cose, invece?
«Io l’ho vissuto come un femminismo della pratica, più che della teoria. Non passava attraverso l’autodeterminazione o il dialogo, o l’educazione, come li intendiamo oggi, ma attraverso una quotidianità fatta di gesti, responsabilità e operosità. Erano donne che seguivano codici non scritti, oggi in parte scomparsi. Forse è anche da qui che nasce l’effetto vintage del libro: un’epoca vicina, ma allo stesso tempo molto distante dal presente».

Leggo a pagina 73: «Le donne, nella mia storia, sono alveari più che nidi; presenze attorno a cui prende forma una comunità senza proclami. Una comunità che ronza e si muove e varia e cresce, come le api del nonno, sostenuta dallo sforzo condiviso».
«Aggiungo che il senso di protezione non passava attraverso una serie di discorsi morbidi e calorosi, come succede nel nostro presente. Derivava invece da un senso comune che potrebbe essere questo: ‘lavoriamo tutti insieme, teniamo insieme le cose e ognuno, in questa nostra famiglia, si renda utile e faccia da collante, anche arrangiandosi in tante difficoltà’. Oggi, in generale, vige un sentimento diverso, più individuale».

Quanta nostalgia c’è nel tuo libro?
«L’ho scritto per tenere insieme questo nord e questo sud dell’anima e della propria storia che molti ticinesi sentono dentro di sé. Forse per questo i lettori e lettrici che incontro mi dicono: è incredibile, hai scritto anche la mia, di storia. Un risultato non previsto, magico. Il libro è anche un dialogo con degli oggetti e degli ambienti che sono in qualche modo depositari della personalità di chi ci ha preceduto lungo la linea della nostra vita. Volevo capire chi siamo attraverso il racconto delle cose che scegliamo di avere vicino».