L'analisi

Così Vienna si è trasformata nella capitale delle spie

È allarme dopo la condanna di un ex funzionario dei servizi segreti, accusato di avere avuto relazioni con la Russia
Egisto Ott davanti all'aula di tribunale a Vienna
Guido Olimpio
31.05.2026 09:00

Lo spionaggio a Vienna è così incastonato tra palazzi e meravigliosi locali che hanno appena pubblicato una guida turistica sui luoghi delle ombre. Angoli, bar, hotel, tunnel dove agenti di ogni colore hanno ingaggiato duelli, raccolto confidenze, reclutato collaboratori. E non è solo folclore. Perché lo conferma una notizia di pochi giorni fa: la condanna a quattro anni di prigione per Egisto Ott, ex funzionario dei servizi segreti, accusato di aver fornito informazioni alla Russia. Lo ha fatto per soldi e per frustrazione, era irritato con alcuni dei suoi capi e si è vendicato.

Una persona che lo ha conosciuto me lo ha descritto come un tipo gioviale, pragmatico, efficiente quando qualche collega europeo gli chiedeva lumi su casi o situazioni. Non si faceva pregare e non era solo cortesia. Dava cose ma ne chiedeva in cambio altre che poi girava ai generosi amici di Mosca. Ott ha fornito loro persino alcuni telefonini di 007 che erano stati portati in laboratorio per essere riparati: un bottino prezioso. Altrettanto preziosa la collaborazione con Jan Marsalek, ex imprenditore austriaco, diventato lo snodo importante per le spie moscovite e mente di un network esteso in tutta Europa. Quando è stato scoperto era troppo tardi, il trafficone era già fuggito - dicono - attraverso la Bielorussia mentre un complice a raggiunto Dubai.

I casi appena citati sono però già superati da altri timori. Le autorità viennesi sono preoccupate dalle antenne piazzate sull’ambasciata russa. Ve ne sono troppe. Il sospetto più che fondato è che servano ad intercettare comunicazioni. La sede diplomatica, infatti, è ritenuta una delle basi operative, con oltre 200 diplomatici accreditati. Chissà quanti di loro lavorano anche per l’intelligence. Ieri come oggi.

Se Vienna è la capitale delle spie lo deve ad una serie di fattori. La posizione di neutralità che apre le porte a tutti. La geografia, visto che è l’incrocio tra Est ed Ovest. La presenza di organismi internazionali, target di operazioni e coperture ideali per chi cerca di mimetizzare il proprio ruolo. C’è inoltre un aspetto legale non da poco. La Magistratura indaga solo se qualcuno arreca danno alla sicurezza nazionale, per gli altri la caccia è libera. A meno che non vi siano collegamenti che giustifichino un intervento. Infine, per troppo tempo, gli apparati che dovevano vegliare si sono rivelati non all’altezza della minaccia. Multipla.

Le insidie arrivano da ogni lato, non pochi paesi mediorientali hanno inviato i loro uomini nel cuore d’Europa. Per costruire «avamposti», per seguire oppositori, per dedicarsi alla «mietitura del raccolto», ovvero impadronirsi di dati più o meno sensibili. Da queste parti hanno colpito, in passato, sicari ispirati da Teheran e altri istigati dal regime ceceno. Nel mirino oppositori, esuli, nemici interni. E se andiamo agli anni ’70 troviamo uno degli attacchi terroristici più famosi: la presa d’ostaggi negli uffici dell’Opec, azione condotta dal Carlos lo Sciacallo per conto del colonnello libico Muhammar Gheddafi. Un mix di violenza politica e spionaggio, l’inizio di una stagione che è proseguita nel tempo con nuovi protagonisti. Anche in quello che viene definito il «lato oscuro» di una società esiste il passaggio del testimone e le tradizioni sono dure a morire.

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