L'intervista

Daniel Stelter: «L'UE è ambiziosa ma strategicamente incapace»

L'economista tedesco, di casa in Ticino, analizza cause e prospettive di un declino continentale
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
26.04.2026 06:00

Daniel Stelter, economista, consulente tra il 1990 e il 2013 per The Boston Consulting Group, di cui è stato Senior partner e membro del comitato esecutivo. Nel 2013 ha fondato la piattaforma Think Beyond the Obvious. È autore di numerosi saggi e articoli, nonché podcaster di successo. Oggi vive e lavora tra Berlino, Londra e Brione sopra Minusio. Lo abbiamo intervistato sullo stato di salute dell’UE in un mondo che cambia velocemente.

L’Europa sta adottando un profilo basso, tipico di una certa tradizione svizzera, sulla scena geopolitica. È una strategia intelligente o è un segno di debolezza?
«Non è una strategia, è il riflesso di una debolezza strutturale. L’Europa è geopoliticamente debole perché è economicamente debole. La spesa europea per la Difesa si attesta intorno all’1,9% del PIL contro il 3,5% degli Stati Uniti: un divario che si traduce in dipendenza strategica. La Gemeinschaftsdiagnose (il principale rapporto congiunturale indipendente della Germania, ndr) della primavera 2026 stima per la Germania una crescita potenziale che tende allo zero entro fine decennio. Un continente che non cresce non può proiettare potenza. Il modello energetico a basso costo è saltato, la sicurezza dipende ancora da Washington. Il «profilo basso» europeo non è dunque un atteggiamento di prudenza di tipo svizzero, è impotenza strutturale. L’Europa deve decidere: restare un grande spazio economico e regolatorio senza peso strategico o diventare un attore geopolitico autonomo. Oggi si trova nella posizione peggiore: moralmente ambiziosa ma strategicamente incapace».

L’equilibrio geopolitico si sta spostando verso l’Asia. Quale ruolo può svolgere l’Europa, che non riesce a far proprio il concetto di «Eurasia»?
«Un ruolo molto limitato, finché resta priva di una strategia autonoma. Partiamo da un punto fermo: l’aggressione russa all’Ucraina è inaccettabile e va condannata senza riserve. Detto questo, la Germania ha commesso un errore strategico di portata storica: si è resa dipendente dal gas russo invece di seguire la strada della Francia, che ha mantenuto e sviluppato il proprio parco nucleare. La Francia produce oltre il 70% della propria elettricità con il nucleare a costi competitivi. La Germania ha smantellato 20 GW di capacità nucleare sicura e a basse emissioni, e oggi paga il prezzo: elettricità industriale a circa 17 centesimi per kWh contro circa 7 centesimi negli Stati Uniti. Il risultato è che l’Europa ha sostituito una dipendenza, quella del gas russo via gasdotto, con un’altra: il GNL americano, pagandolo 3-4 volte tanto».

Ma allora perché non guardare all’Asia?
«L’Europa non ha una politica orientale autonoma perché resta inserita in un’architettura di sicurezza dominata dagli Stati Uniti. Le divisioni interne all’UE impediscono una politica estera coerente. L’errore non è stato avere relazioni economiche con la Russia, è stato non aver diversificato l’approvvigionamento energetico e aver rinunciato al nucleare».

Gli Stati Uniti trasferiscono sistematicamente costi all’Europa?
«Sì, e lo fanno con tre leve precise: il privilegio del dollaro, il dominio energetico e la politica sanzionatoria. Abbiamo già detto che l’Europa paga il GNL statunitense tre o quattro volte il prezzo del gas via gasdotto. Poi ci sono le sanzioni, che generano una pressione verso una deindustrializzazione europea e che favoriscono la fuga dei capitali verso i mercati americani. Nel 2025, il venture capital statunitense è stato circa cinque volte superiore a quello europeo».

Di fatto, l’Europa è una colonia degli USA?
«La prego di fare attenzione: quanto ho detto non è uno ‘scandalo’ americano. È un fallimento strategico europeo. Gli Stati Uniti perseguono i propri interessi con coerenza e con determinazione. Il problema non è che gli americani perseguano i propri interessi, è che gli europei non fanno altrettanto».

C’è da rilevare, però, che l’UE è in crisi strutturale da quindici anni. E non si è ancora «svegliata». Perché?
«Di fatto, il tasso di crescita medio dell’UE nell’ultimo quindicennio è stato circa l’1% annuo contro il 2,5% degli Stati Uniti. Ogni crisi - come quelle del 2008, del 2012 e del 2020 - è stata affrontata con più centralizzazione, più debito comune, più redistribuzione, senza mai risolvere i problemi strutturali. La disoccupazione giovanile nell’Europa meridionale resta al 25-30%. L’UE dovrebbe concentrarsi su poche funzioni essenziali: mercato unico, sicurezza, protezione delle frontiere, e lasciare il resto agli Stati membri. Invece affronta ogni crisi con più centralizzazione. Ma centralizzare la debolezza non produce forza».

Che futuro ha l’euro, anche in rapporto al franco svizzero?
«Guardi, l’euro sopravvive attraverso la repressione finanziaria. I numeri parlano chiaro: il debito pubblico italiano è al 138% del PIL, quello francese al 118%, quello greco al 150%. I saldi TARGET (cioè i crediti e i debiti che si accumulano tra le banche centrali nazionali dell’Eurosistema, ndr) vedono la Germania creditrice per oltre mille miliardi di euro nei confronti degli altri Paesi dell’eurozona. La BCE è diventata il prestatore di ultima istanza del sistema: una monetizzazione implicita del debito. I tassi d’interesse reali restano negativi per i risparmiatori, erodendo il potere d’acquisto. Il franco svizzero ne beneficia come bene rifugio, così come l’oro. Più l’euro si indebolisce per sopravvivere, più il franco svizzero si rafforza. È il prezzo di una moneta unica in un’area economicamente disomogenea».

La Zeitenwende, la «svolta epocale» del cancelliere Merz, è reale o solo retorica politica?
«Finora è stata soprattutto un programma di spesa, non una strategia. Il Sondervermögen (un fondo straordinario fuori bilancio federale, ndr) da 500 miliardi di euro per Difesa e infrastrutture è impressionante sulla carta, ma manca un piano strategico chiaro. La Germania non dispone ancora di scorte di munizioni sufficienti per più di pochi giorni di combattimento. Merz ha cambiato la retorica ma non il paradigma: senza rafforzare prima la base economica, una politica estera assertiva resta parola vuota. L’industria della difesa tedesca, ad esempio Rheinmetall o KNDS, sta crescendo, ma partendo da una base molto bassa».

Spesso, a guardar dentro i grandiosi progetti UE, si tratta solo di mero ammodernamento. È possibile recuperare terreno nell’innovazione vera?
«Il Rapporto Draghi del 2024 dice che l’Unione europea ha bisogno di 800 miliardi di euro all’anno di investimenti aggiuntivi. È una somma che svela la reale dimensione del problema. I numeri della ricerca sono impietosi: l’UE investe il 2,2% del PIL in R&S contro il 3,6% degli Stati Uniti e il 2,6% della Cina. In termini assoluti, nel 2024 la Cina ha superato gli Stati Uniti nella spesa totale in R&S a parità di potere d’acquisto: 1.030 miliardi di dollari contro 1.010 miliardi. Sto citando dati dell’OCSE dell’aprile 2026».

Ma è solo un discorso di investimenti o anche di cultura/sistema imprenditoriale?
«Già, il problema europeo non è solo quantitativo. È anche qualitativo. Uno studio dell’ifo Institut di Monaco parla apertamente di una ‘trappola della media tecnologia’: il 45% degli investimenti privati europei in R&S va in settori mid-tech come l’automotive e la meccanica, mentre negli Stati Uniti l’84% si concentra nell’high-tech, come sanità, software, semiconduttori, AI. In Germania il dato è peggiore: il 57% della R&S privata è mid-tech. E l’Europa regola i mercati del futuro prima ancora di lasciarli emergere: si vedano provvedimenti come il GDPR o l’AI Act. Gli investimenti in venture capital USA sono cinque volte superiori a quelli europei: 0,9% del PIL contro 0,3%. Il problema è strutturale: avversione al rischio, burocrazia, mercati dei capitali frammentati, una cultura che punisce il fallimento imprenditoriale. L’Europa modernizza l’esistente, ma non riesce a generare vere rotture innovative».

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