Divieto dei social ai minori: prevenzione o censura?

Quando i governanti d’ogni partito hanno fretta, la frittata è già fatta e spesso le uova le hanno rotte loro, sovente perché non hanno avuto il coraggio iniziale di dire di no ai colossi globali desiderosi di colonizzazione informatica e culturale.
In Italia, la vigilia di Pasqua, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha presieduto una riunione a cui hanno partecipato i ministri Valditara (Istruzione), Foti (Affari europei), Abodi (Sport e giovani) e Roccella (Famiglia e natalità). Il tema «urgente» sul tavolo era un disegno di legge per impedire l’uso dei social ai giovani sotto i 15 anni.
Codesto disegno di legge ne ricalca un altro bipartisan sul quale il Parlamento italiano era al lavoro già da tempo, ma adesso il Governo Meloni vuol dare una spinta diversa con un proprio testo, anche sull’onda di alcuni fatti di cronaca: il 25 marzo scorso a Trescore, Bergamo, un 13.enne ha accoltellato una professoressa di francese, in diretta su Telegram. Pochi giorni dopo un 17.enne è stato arrestato a Perugia perché pianificava una strage a scuola, lanciando proclami sempre su Telegram.
Dunque l’Italia vorrebbe imporre ai colossi dei social network - Facebook, TikTok, Instagram, etc. - di realizzare una serie di strumenti per impedire ai minori di 15 anni l’accesso alle piattaforme. Dal punto di vista tecnico, alle aziende spetterebbe l’incombenza di attuare un sistema di accertamento robusto e giuridicamente verificabile.
Sulla base di casi precedenti simili, si può ipotizzare un’implementazione di controlli attraverso carta di identità digitale o carta di credito, oppure tramite selfie + AI o provider esterni. O un accesso dietro autorizzazione di un genitore (account collegati) o con firma digitale. In altre parole: ennesima e abnorme invasione informatica nella vita di tutti, adulti e ragazzi, e, anche se come al solito viene assicurato il contrario, privacy demolita.
Ma l’allarme, a quanto pare, è alto. Dopodomani, alla Camera italiana, un folto gruppo di esperti invocherà l’intervento della politica su quella che - scrive Alberto Pellai, noto psicoterapeuta e padre di quattro figli, in una lettera alla premier Meloni - «è un’emergenza di sanità pubblica». Anche altri Paesi europei stanno studiando in queste settimane soluzioni per impedire che la dilagante dipendenza da social «inquini» e devitalizzi la mente degli adolescenti. Ma non si capisce perché solo degli adolescenti, dal momento che di adulti ridiventati ragazzini un po’ scemi a causa dei social se ne incontrano praticamente ad ogni passo. È una regressione generale. Ragion per cui, agli occhi di alcuni commentatori, questa stretta globale sui social sa più di censura politica che di nobile rimedio pedagogico. A che serve che ti tengano fuori da Instagram a 15 anni, se i genitori con cui ti siedi a cena sono l’incarnazione stessa della «cultura Instagram», giusto per citare il social che più favorisce il desiderio mimetico e quindi la frammentazione della società?
C’è poi l’inevitabile aspetto geopolitico ed economico: tra piattaforme USA e algoritmi cinesi, l’Europa è stretta fra due fuochi, e in ritardo massimo, forse irrecuperabile, nello sviluppo di propri software che buttino fuori dalla porta di casa non solo Facebook e compagnia, ma pure Microsoft, che mai avrebbe dovuto prendere possesso del Vecchio Mondo in modo così capillare e nevralgico.
Vediamo qui di seguito, ad ogni modo, come alcuni Paesi europei stanno cercando di risolvere questo problema comune, specialmente dopo che l’Australia, a dicembre scorso, è diventata la prima nazione al mondo a vietare le reti sociali ai minori di 16 anni, attraverso una legge che negli ultimi mesi è stata studiata dalle cancellerie europee su input di Bruxelles, nuovo epicentro mondiale della lotta alla dipendenza dei giovani dai social.
Parigi «rimodula»
In Francia, lo scorso gennaio, l’Assemblea nazionale aveva dato parere positivo a un testo, condiviso dal presidente Macron, che proponeva un divieto generalizzato di accesso ai social network per i minori di 15 anni. Pochi giorni fa, invece, parziale retromarcia:il Senato vorrebbe introdurre limitazioni più articolate. Vale a dire: divieto assoluto di accesso per quelle piattaforme ritenute dannose per lo «sviluppo fisico, mentale o morale» dei minori (e sarebbe lo Stato a dettare i criteri per identificarle) e accesso «con il consenso di almeno un genitore» ai social meno problematici. Questa proposta tornerà ora alla Camera bassa.
Atene non è compiacente
In Grecia, il premier Mitsotakis ha promesso, mercoledì scorso, che una normativa sarà messa a punto questa estate per poi entrare in vigore all’inizio del 2027. Curiose le parole che Mitsotakis ha rivolto ai ragazzi: «Molti di voi più piccoli si arrabbieranno con me, se avessi la vostra età forse mi sentirei allo stesso modo, ma il nostro ruolo non è quello di essere compiacenti. La scienza è chiara: quando un bambino sta davanti a uno schermo per ore, il suo cervello non si riposa». Tuttavia, se un bambino sta davanti allo schermo «per ore», bisognerebbe chiedersi cosa stiano facendo i genitori o gli insegnanti. Ma ormai la mission UE contro i social - comodo capro espiatorio per una pigrizia spirituale e culturale di più profonda vastità continentale - è partita.
Penisola iberica
Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha promesso una legge per impedire l’accesso ai social ai minori di 16 anni (ma sembra che l’autorizzazione dei genitori resterà rilevante) e per ritenere i dirigenti delle piattaforme personalmente responsabili per i discorsi d’odio diffusi sui loro servizi. Elon Musk, proprietario di X, ha commentato:«Sánchez è il vero fascista totalitario». Resta che il premier - autodichiaratosi capofila di una «Coalizione dei volenterosi digitali» - avrebbe dalla sua larga parte della popolazione:l’82% degli spagnoli ritiene che i bambini sotto i 14 anni dovrebbero essere esclusi dai social (sondaggio Ipsos). Sánchez vorrebbe pure che venisse utilizzato, per le verifiche sull’età, un controverso progetto made in UE, il Digital wallet. Come si vede, spesso l’introduzione di un divieto può essere l’occasione per promuovere un allargamento indiretto della sorveglianza digitale. In Portogallo, invece, è in fase di avanzamento un disegno di legge che prevede il divieto totale di accesso per i minori dei 13 anni e l’accesso con consenso dei genitori per i ragazzi dai 13 ai 16 anni.
Tra Vienna e Berlino
Un paio di settimane fa, l’Austria ha annunciato l’intenzione di vietare l’uso dei social ai minori di 14 anni. Alexander Pröll, il responsabile per la digitalizzazione nell’ufficio del cancelliere Christian Stocker, ha informato che per fine giugno sarà pronto un disegno di legge. Nella vicina Germania, invece, si registra una insolita stasi:ilGoverno non ha ancora messo sul tavolo leggi degne di nota per vietare i social ai minori.
Da segnalare, infine, fuori dall’Europa e oltre all’Australia, che l’Indonesia (286 milioni di abitanti)ha stabilito da poco che le piattaforme «ad alto rischio» devono disattivare gradualmente gli account dei minori di 16 anni. La Malesia, dal 1. gennaio scorso, ha in cantiere un divieto per gli under 16 con verifica dell’età. Su tutti spicca la Cina, con precise regole dettate dal Partito: non c’è un divieto dei social sotto i 16 anni, ma vige un sistema dai confini ben delineati, il «minor mode»: massimo 40 minuti al giorno di web e social sotto gli 8 anni, un’ora tra gli 8 e i 16 anni, due ore tra i 16 e i 18, con divieto di navigazione tra le 22 e le 6 del mattino.
