È bolla o non è bolla? Intanto la Borsa sale

È bolla o non è bolla? È la domanda che accompagna i mercati finanziari da quasi tre anni ormai, da quando il settore tecnologico avanzato, leggi IA, ha «preso in ostaggio» i listini mondiali. Gli avvertimenti degli analisti su un «imminente» crollo delle Borse si moltiplicano. Per citarne uno, il presidente del Financial Stability Board, Andrew Bailey, in aprile aveva parlato del rischio di un «doppio o triplo whammy» (colpo), ovvero uno scenario in cui più vulnerabilità si materializzano contemporaneamente, amplificando le ricadute sulla stabilità finanziaria. Nella fattispecie, Bailey si riferiva ai mercati privati, alla ubiqua «leva» finanziaria usata in innumerevoli operazioni (tra cui proprio negli investimenti dei fondi di private credit/equity) e al gargantuesco mercato dei derivati. Più di recente, Martin Wolf, principale commentatore economico del Financial Times, ha concluso senza giri di parole che la bolla è reale e ha indicato, tra le altre cose, che le valutazioni azionarie negli USA hanno superato i livelli del 1929 e ancora di più quelli del 1999-2000. Eppure, Wall Street continua a salire (quasi) imperterrita e i capitali del mondo intero continuano ad affluirvi, nonostante le spesso citate e senz’altro valide alternative come i mercati emergenti e perfino il Vecchio Continente.
«Cartine tornasole» asiatiche
Intanto, qualche crepa comincia a vedersi. Anzi, si è già vista, ad esempio con il marcato aumento dei deflussi dai fondi di private equity/credit e successive sospensioni dei rimborsi da parte dei gestori, che in primavera aveva provocato alcune significative turbolenze sui mercati finanziari. Poi, pochi giorni fa, il colosso informatico IBM - il cui titolo tra metà maggio e inizio giugno era salito del 56% sull’onda dell’euforia per il calcolo quantistico - ha subìto un tracollo in Borsa, quando in una sola seduta il titolo ha ceduto oltre il 25%, peggio che nel «lunedì nero» del 1987. Tra i motivi del forte calo, è stato detto, ci sarebbero i clienti che dirottano i loro investimenti dal software verso l’hardware per l’IA. La spiegazione è verosimile, tant’è che da inizio anno il sottoindice dello S&P 500 relativo al comparto software perde circa il 18% mentre quello dei semiconduttori guadagna oltre il 70%. Ma in questa fase è il comparto tecnologico asiatico a destare più preoccupazione. Il mese scorso, i deflussi dalla Borsa di Seul sono stati i più pesanti da oltre venticinque anni mentre quella di Taipei registra uscite record. E l’indice coreano Kospi, considerato una specie di «cartina tornasole» del boom dell’IA, ha ceduto circa il 25% dai massimi di metà giugno. Colpisce che a essere venduti siano proprio i mercati simbolo del boom, quelli dei grandi produttori di semiconduttori e chip di memoria. E c’è infine una crepa meno visibile, ma più strutturale. I giganti dell’IA finanziano i loro colossali investimenti (attorno ai 760 miliardi di dollari previsti quest’anno, 920 il prossimo) in misura crescente a debito, con cedole che sfiorano il 6%, legando così il destino del boom tecnologico a quello del mercato del credito (anche privato, da cui metteva in guardia il FSB).
Misura «scientifica» della bolla
Ma quanto è grande questa (presunta) bolla? Un modo per misurarla è stato ideato il premio Nobel Robert Shiller con un indicatore (CAPE) che, in sostanza, dice quanto si paga oggi un dollaro di utili societari calcolati sulla media dell’ultimo decennio. Be’, per lo S&P 500 si pagano attualmente 41 dollari per ogni dollaro di utili, contro una media storica di 18. Alla vigilia della Grande Depressione se ne pagavano 33, mentre al picco della bolla dot-com 44. Perché il rapporto torni verso la media, o gli utili più che raddoppiano, o i prezzi si dimezzano. Nel 2000-2002 accadde la seconda, quando lo S&P 500 perse metà del proprio valore e il Nasdaq oltre i tre quarti. E poiché oggi la Borsa americana capitalizza più del doppio del PIL degli Stati Uniti e una manciata di titoli legati all’IA ne vale da sola circa il 40%, un ritorno alla media cancellerebbe ricchezza nell’ordine di decine di migliaia di miliardi di dollari. Una correzione può avvenire anche «in orizzontale», con anni di Borse ferme mentre gli utili recuperano terreno. Ma è lo scenario più ottimistico, non il più frequente nella storia dei mercati.
«Boom or bust», dunque? La matematica di Shiller non è perfetta - misura il «quanto» e non dice il «quando» - e in definitiva, come noto, è il mercato a decidere. Fatto sta, però, che nessuno sa quando (o se) scoppierà una bolla finanziaria fintanto che non avviene davvero oppure non ci si trova in mezzo. O quando, come nella crisi del 2007-2009, qualche grande player deposita i propri bilanci in Pretura...
