E intanto a Cuba aspettano il regime change

Per assurdo il simbolo dello strazio di Cuba - uno dei tanti in realtà - è oggi la carta stampata, anzi non più stampata. Che se altrove è la cartina di tornasole della libertà democratica, in questo caso - mancando la libertà - misura l’affanno del regime.
Sempre carta è, comunque. Nel senso della materia prima. E come tutte le materie prime a Cuba manca, è soggetta a razionamento: quindi il quotidiano Granma, per esempio, storico organo del Partito Comunista, questa settimana è uscito una sola volta e così continuerà a fare finché la penuria dettata dall’emgargo americano non cesserà (ossia fino a tempo indeterminato). Stesso discorso per Juventud Rebelde, mentre i giornali provinciali statali cesseranno del tutto di essere stampati.
«Rivoluzione» digitale castrista
Le autorità dicono che rafforzeranno le versioni online, una sorta di «rivoluzione digitale» forzata che però, in un paese dove l’internet mobile è arrivato solo nel 2018, il traffico dati è carissimo e monopolio statale (da alcuni anni vengono prodotti dei telefonini «autarchici» ma scarseggiano anche quelli) rischia di fare la fine della rivoluzione castrista.

Una fine lunga e dolorosa, sarebbe a dire. In questi mesi Cuba sta attraversando la peggiore crisi economica e sociale dai tempi dello sbarco sull’isola di Fidel e Che Guevara a bordo della Granma - la barca, da cui prende nome il giornale - nel dicembre del 1959. Non fu così duro nemmeno il «Periodo Especial» degli anni Novanta, quando dopo la caduta dell’Unione Sovietica l’Avana perse il suo sponsor principale e attraversò un decennio di «penuria autarchica» terminata solo con l’ascesa di Hugo Chavez in Venezuela.
Il sigaro si spegne
Ora la crisi del chavismo, dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio, ha bloccato la catena di approvvigionamento dell’isola (che dipende dalle importazioni per il 60 per cento del suo fabbisogno energetico) e senza la «benzina» venezuelana il motore cubano, già singhiozzante, si è ingolfato: blak-out all’ordine del giorno (li chiamano apagones, «spegnimenti»), intere provincie al buio per oltre 40 ore, non possono più rifornirsi di carburante nemmeno gli aerei che portano sull’isola il prezioso turismo (risorsa fondamentale ma altresì scarseggiante, nel 2025 gli arrivi sono calati del 20 per cento). I serbatoi sono vuoti e le compagnie aeree che continuano a volare (la maggioranza) devono ricorrere al fuel tankering.
A fare le spese del periodo di ristrettezze è stato anche il simbolo nazionale per eccellenza, il sigaro cubano: il Festival del Habano, che a fine febbraio riunisce tradizionalmente migliaia di appassionati da tutto il mondo, è stato rimandato a data da destinarsi.
La stretta di Trump
Mentre il mondo vive il «brivido» di una nuova crisi energetica innescata dalla guerra in Iran, dunque, ecco che Cuba appare come il parossismo di una crisi già in atto e portata alle estreme conseguenze: in un contesto peculiare - un unicum, si spera - ma l’origine è la stessa.
Il bottone che ha innescato il nuovo «periodo speciale» cubano è stato premuto a Washington a gennaio, poco dopo la cattura di Maduro. Alla Casa Bianca il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce Cuba «una minaccia per la sicurezza e la politica estera» degli Stati Uniti, e ha annunciato l’imposizione di dazi doganali sui paesi che le vendono petrolio. Di fatto imposto un blocco energetico che si somma allo storico embargo economico, finanziario e commerciale che attanaglia l’isola dagli anni Sessanta.
Le Nazioni Unite hanno avvertito del rischio di un possibile «collasso» umanitario, con ripercussioni pesanti sulla popolazione. Non ci siamo ancora, ma quasi.
Apertura forzata
Se l’obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di un regime change senza bombe, almeno per ora - sarebbe il terzo dopo Venezuela e Iran - la reazione del Partito Comunista è stata quella di aumentare sorveglianza e censura. Mentre i disagi quotidiani aumentano per la popolazione, come anche i cumuli di spazzatura per le strade, il presidente Miguel Díaz-Canel è tornato a mostrarsi in pubblico con la divisa militare, assieme all’anziano ma ancora combattivo Raoul Castro, presenziando parate di carri armati che fanno capire come il regime non ha intenzione di mollare la presa.
Dei segnali di apertura sono arrivati nei giorni scorsi, in realtà, a livello economico. Dopo quasi sessant’anni per la prima volta il governo de L’Avana ha autorizzato le partnership tra aziende pubbliche e private, pur mantenendo il monopolio statale nei settori della sanità, dell’istruzione e della difesa. Con un decreto legge che in realtà risale all’anno scorso, dal primo aprile sarà possibile avviare sull’isola «partnership tra entità imprenditoriali statali e non statali» per «la costituzione di società miste a responsabilità limitata», secondo il testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
È anche questa una rivoluzione, e non di piccola portata. Le nuove entità godranno di autonomia imprenditoriale e potranno determinare il numero di dipendenti e i loro stipendi, nonché aprire esercizi commerciali a Cuba e all’estero. Assieme alla liberalizzazione delle piccole attività (massimo 100 dipendenti) introdotta nel 2021, è una mossa strategica con cui il castrismo prova a mettersi sulla «scia cinese» di un semi-capitalismo a guida statale. Il socialismo «con caratteristiche cubane» prova a fare il salto dall’economia pianificata a quella di mercato, la via indicata da Deng Xiaoping negli anni Ottanta che ha permesso a Pechino di diventare, ora, l’ultimo grande sponsor economico e politico (anche se molto più prudente dell’URSS) di Cuba.
Futuro incerto
In questo scenario l’isola sembra trovarsi di fronte non a un bivio ma a un trivio, o addirittura un quadrivio. Diventare una Taiwan al contrario, sorta di contrappeso filo-cinese a 150 chilometri dalle coste statunitensi, oppure tornare a essere l’Eldorado perduto degli esuli nostalgici di Fulgencio Batista, che sognano il ritorno fin dai tempi della Baia dei Porci: sono gli elettori del segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli che Trump ha già nominato - non si sa quanto scherzosamente - «futuro presidente di Cuba». Sarà questo il nuovo obiettivo della Casa Bianca, quando terminerà - chissà quando, chissà come - l’operazione «Ruggito del leone» in Medio Oriente? Dall’agonia della rivoluzione cubana uscirà un nuovo paradiso (fiscale) caraibico o una Haiti martoriata in una guerra civile senza fine? Oppure non ne uscirà niente, se non una carestia permanente e sempre più militarizzata, con il miglior sistema sanitario del Sudamerica ma senza corrente elettrica nelle sale operatorie né benzina per le ambulanze? Di sicuro, non ci sarà la carta stampata della Granma a raccontarlo. Se non un giorno soltanto a settimana.