Economia mondiale a due facce

Il Rapporto sulle prospettive economiche, pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nei giorni scorsi, conferma una realtà a due facce. Da una parte c’è l’indubbio rallentamento della crescita economica mondiale, dall’altra c’è la resilienza di molte economie, che sta consentendo di limitare i danni. Le conseguenze negative dei conflitti bellici, con quello in Medio Oriente che ha portato anche all’aumento dei prezzi di petrolio e gas, per l’OCSE sono attenuate dal ricorso ad altre forniture e all’offerta di altre aree, oltre che dalle misure di sostegno dei Governi. Il dinamismo delle attività legate all’intelligenza artificiale (IA) d’altronde supporta produzioni e scambi. Ciò detto, restano le incognite delle tensioni geopolitiche, dell’inflazione, dei dazi americani, delle acque agitate per i titoli pubblici (legate anche ai conti in disordine di molti Stati), dei fenomeni meteorologici (tra cui El Niño). Gli stessi investimenti in IA, sinora trainanti, potrebbero ad un certo punto rallentare.
La crescita secondo l’OCSE
In tutto questo, afferma l’OCSE, occorre che le banche centrali sorveglino da vicino l’inflazione (alcuni aumenti dei tassi di interesse ci sono peraltro già stati), che i Governi mantengano linee che favoriscano la riduzione dei consumi di energia e che pure vengano attuate riforme strutturali per rafforzare ulteriormente la resilienza delle economie, tenendo anche conto appunto che altri shock non sono esclusi. L’OCSE prevede comunque per quest’anno una crescita economica mondiale pari al 2,9% (lo 0,1 in più rispetto alle previsioni di giugno) e del 3% (lo 0,1 in meno) per l’anno prossimo. Il rallentamento è chiaro rispetto al 3,4% del 2025, ma l’aumento del Prodotto interno lordo (PIL) globale non dovrebbe frenare più di quel tanto nel 2026 e dovrebbe poi lievemente recuperare nel 2027, naturalmente ipotizzando che lo scenario geopolitico ed economico non diventi più pesante.
Per l’OCSE gli Stati Uniti dovrebbero passare dal 2,1% del 2025 al 2,2% del 2026, per poi ridiscendere al 2,1% nel 2027. L’Eurozona dal canto suo dovrebbe passare dall’1,3% del 2025 all’1% sia nel 2026 sia nel 2027. Il Regno Unito dovrebbe avere una serie simile a quella dell’area euro: 1,3% l’anno scorso, 1,1% quest’anno, 1% l’anno prossimo. La Svizzera secondo la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) dopo l’1,8% del 2025 dovrebbe registrare 1,7% nel 2026 e 1,6% nel 2027 (valori al netto degli eventi sportivi). Tornando all’OCSE e guardando al versante dei principali Paesi emergenti, che hanno percentuali di crescita più alte di quelle dei Paesi più sviluppati, dovendo fare un maggior tratto di strada, la Cina dopo il 5% dell’anno scorso dovrebbe attestarsi al 4,5% quest’anno e al 4,2% l’anno prossimo; rallentamento dunque anche per il Dragone, seppure entro certi limiti.
Il problema dell’inflazione
Per quel che riguarda l’inflazione, secondo l’OCSE la media annua per i Paesi del Gruppo dei 20 (G20) dopo il 3,4% del 2025 dovrebbe essere del 4,1% nel 2026 e del 3,6% nel 2027. L’ipotesi più accreditata - dopo il balzo di quest’anno con la spinta dei prezzi dell’energia, dei beni alimentari, dei metalli e altro - resta quella di una minore inflazione l’anno prossimo, seppure ancora sopra il livello del 2025. Da notare che nel G20 una parte considerevole dell’inflazione viene dall’Argentina (30,8% quest’anno) e dalla Turchia (31,5% quest’anno); senza questi due Paesi, la media complessiva 2026 sarebbe del 3%. Occorre ricordare che l’obiettivo delle maggiori banche centrali è un’inflazione media annua del 2%. Senza arrivare ai casi estremi citati, la gran parte dei Paesi del G20 è comunque sopra questa soglia.
Gli Stati Uniti hanno avuto un’inflazione del 2,6% nel 2025 e dovrebbero avere 3,6% nel 2026 e 2,6% nel 2027; l’Eurozona ha registrato un 2,1% l’anno scorso e dovrebbe registrare un 3% quest’anno e un 2,9% il prossimo; il Regno Unito ha avuto 3,4% nel 2025 e dovrebbe avere 3,1% nel 2026 e 2,6% nel 2027. Secondo la SECO, la Svizzera ha registrato uno 0,2% l’anno scorso e dovrebbe registrare uno 0,6% sia quest’anno sia il prossimo; la Confederazione resta quindi tra i Paesi a più bassa inflazione ed è dentro la fascia obiettivo della Banca nazionale svizzera (0%-2%). L’inflazione erode il potere d’acquisto e frena i consumi, provoca aumenti dei tassi di interesse e crea incertezze per gli investimenti, dunque va ricondotta dentro gli argini, anche per dare solidità alla crescita economica nel lungo periodo. Per molti Paesi, e tra questi gli Stati Uniti, l’inflazione è quindi un problema tutt’altro che secondario in questa fase. Tanto che anche la Federal Reserve, la banca centrale USA, ha alzato i tassi di interesse di riferimento.
