L'intervista

Emmanuel Carrère: «L'orgoglio russo è essere infelici»

Emmanuel Carrère si racconta a tutto tondo a Corriere Weekend, dal rapporto con la madre scappata dall'URSS a quello con la Russia di oggi
Francesco Anfossi
24.05.2026 19:00

C’è un momento preciso da cui nasce «Kolchoz», l’ultimo libro di Emmanuel Carrère, edito in Italia da Adelphi, già acclamato in Francia (ha venduto 350 mila copie): la morte di sua madre, Hélène Carrère d’Encausse, storica e politologa, già segretario permanente dell’Académie Française, la più grande istituzione d’Oltralpe (il suo scranno era quello di Hugo e Corneille) e poi,quattro mesi dopo, quella del padre Louis Carrère. Da lì prende forma un racconto che è insieme memoria familiare e indagine sul Novecento. Hélène era la discendente di una famiglia aristocratica di russi «bianchi» cacciati dai bolscevichi con la rivoluzione, finiti a Parigi in volontario esilio e regale miseria a fare i tassisti o le donne di servizio presso la bourgeoisie della Ville Lumière.

Perché ha sentito il bisogno di raccontare la storia della sua famiglia?
«Dopo la morte di mia madre ho cominciato a scrivere di lei, della sua vecchiaia, del suo volto davanti alla morte. Poi se n’è andato, a 95 anni, anche mio padre e ho scoperto tutti i dossier genealogici del mio ramo materno che aveva ricostruito negli anni. Un oggetto narrativo evidente, non mi restava che raccontarlo».

Nel libro la sua famiglia sembra muoversi dentro la grande storia europea.
«Sì, perché la mia famiglia, soprattutto dal lato russo e georgiano, che è quello di mia madre, si è trovata in momenti storici molto forti, con scelte decisive: partire, restare, tornare. Non è la stessa cosa nascere in un piccolo villaggio dove la storia passa più lentamente».

E infatti in «Kolchoz» la storia entra nelle vicende di questi personaggi come da una porta sbattuta da un temporale, ne condiziona i destini, ne impregna l’esistenza a dispetto dell’ostinato desiderio di portare avanti i loro progetti.
«Volevo mescolare l’intimo e lo storico. Per questo il titolo mi è sembrato giusto. «Kolchoz», che in Unione sovietica era il nome della cooperativa agricola, ma anche il gioco che facevamo con i cuscini prima di andare a dormire con le mie sorelle: è insieme la grande storia sovietica e la piccola storia familiare».

Parla di «pietà filiale». Che significa?
«È un’espressione della tradizione confuciana. Un amico me l’aveva ricordata anni fa e allora mi sembrava una nozione un po’ convenzionale. Poi ho capito che questo libro era davvero attraversato dalla pietà filiale».

Però la definisce una pietà «brutale».
«Perché racconto cose che probabilmente i miei genitori non avrebbero voluto leggere. Parlo della loro vita matrimoniale, dei tradimenti, del non amore. Avrebbero trovato tutto questo indiscreto».

Racconta la classe con cui i suoi avi portavano la povertà.
«Era una delle cose belle dell’aristocrazia russa bianca. Io da piccolo ho visto la fine di quel mondo: persone invecchiate, povere, ma con una fierezza intatta. Sono sicuro che mio padre, quando si innamorò di mia madre, si innamorò anche di quel mondo. Era un po’ snob, certo, gli piacevano i titoli nobiliari, ma soprattutto ammirava quell’aristocrazia dello spirito che nulla poteva togliere a una vita caduta in miseria».

Eppure suo nonno finirà per essere accusato di collaborazionismo con i nazisti durante l’occupazione di Parigi e a liberazione avvenuta verrà arrestato in circostanze misteriose dai partigiani.
«Di lui non si è più saputo più niente. Era il dolore intimo e lacerante che custodiva mia madre. Mio nonno aveva un sentimento profondo di umiliazione, per la condizione che viveva, da ricco che era. E probabilmente questa umiliazione lo ha spinto verso i tedeschi, pur avendo avuto un ruolo, quello di traduttore dal tedesco, che aveva a che fare con un normale ufficio amministrativo, non certo di un carcere o di un luogo di tortura».

Nel libro sua madre diventa anche una metafora della Russia. Lei scrive che quel Paese è un universo di menzogne.
«Direi piuttosto l’Unione Sovietica, più che la Russia. L’Unione Sovietica come sistema politico funzionava sulla menzogna e sull’oppressione, anche fisica. La Russia, più in generale, mi sembra funzionare soprattutto sull’assenza di libertà».

Vladimir Putin rappresenta quella menzogna?
«Ha detto che la più grande catastrofe geopolitica del Novecento è stata la caduta dell’impero sovietico e penso che lo creda davvero».

Come giudica la guerra in Ucraina?
«Onestamente non la capisco. È una guerra così poco razionale, difficile da comprendere. Mia madre aveva previsto la caduta del muro, ma non la guerra in Ucraina».

Lei scrive che gli ucraini combattono anche per la nostra libertà di occidentali.
«Combattono per la libertà europea».

Che ne pensa della tesi che la Nato abbia «abbaiato» alle porte della Russia provocando Mosca?
«È l’argomento di russi e filorussi: le rivoluzioni colorate, l’Euromaidan, sarebbero manipolazioni occidentali. Forse c’è stata un po’ di influenza. Ma non credo serva la CIA perché la gente - ucraini compresi - preferisca essere europea. Se tu non sei russo e ti chiedono: «Vuoi diventare russo?», non conosco molte persone che risponderebbero di sì».

Mentre i russi sono orgogliosi della loro differenza dall’Europa.
«Forse sono orgogliosi della loro infelicità. Mia madre aveva scritto un libro intitolato «Les Malheureux Russes», gli infelici russi. Qualche anno dopo ne scrisse uno intitolato «Victorieuse Russie», la Russia vittoriosa. Credo che il primo titolo fosse più giusto».

Com’è il suo metodo, è disciplinato?
«Dipende. Se ho un libro, almeno l’inizio di un libro, lavoro in modo molto regolare. La mattina, diverse ore. Poi il libro avanza, più lavoro. Ma non ho sempre un libro in corso. Ci sono momenti in cui non riesco a scrivere. Allora faccio reportage, sceneggiature, altro. Ma non è la stessa cosa».

Quanto tempo ha impiegato per «Kolchoz»?
«Circa un anno e mezzo. È strano, perché è un libro di lutto, ma scriverlo mi ha reso felice. Sono stato quasi triste quando l’ho finito».

Lei è attratto dal male? Nei suoi libri sembra sempre scendere negli abissi dell’animo umano.
«C’è una frase che amo molto: il male immaginario è seducente, ma nella realtà il male è monotono. Il bene invece resta un mistero».

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