L'intervista

Emozioni e segreti di un gemmologo

Alberto Prandoni dell'oreficeria Boite d'or a Lugano racconta il suo mestiere antico - «Importante spiegare la bellezza e l’unicità della nostra professione alle nuove generazioni»
©Gabriele Putzu
Prisca Dindo
01.03.2026 17:10

Il sogno di ogni genitore è di avere un figlio all’università. È un classico. Tuttavia Alberto Prandoni, gemmologo e Ceo dell’oreficeria Boite d’or a Lugano, non è d’accordo. Contro il mito del percorso accademico a tutti costi, c’è un’alternativa altrettanto prestigiosa che profuma di storia, almeno nel suo particolare campo: il ritorno al modello delle botteghe che nel Rinascimento resero famosa Firenze. Un luogo dove i ragazzi entravano giovanissimi per imparare il mestiere dell’arte dai maestri, partendo dai lavori più umili fino al raggiungimento della maestria.

Come Leonardo e Michelangelo

«Il fascino del computer è innegabile - spiega Prandoni - ma c’è una bellezza altrettanto profonda nel permettere ai giovani di esprimere il proprio potenziale non attraverso uno schermo, ma con la sapienza delle proprie mani, proprio come succedeva nel Quattrocento quando giovani come Leonardo da Vinci o Michelangelo Bonarroti entravano nelle botteghe per imparare le tecniche artistiche. Queste fucine di talenti non si limitavano a una sola forma d’arte. La bottega del Verrocchio, dove si formò Leonardo da Vinci, insegnava a produrre pittura, scultura ed oreficeria. La creatività a braccetto con la manualità apre molte porte, almeno nel nostro campo e purtroppo molti giovani non lo sanno. Responsabilità in parte anche nostra, che non abbiamo saputo spiegare la bellezza e l’unicità della nostra professione alle nuove generazioni».

Gli Egizi a braccetto con i robot

Il mondo delle pietre preziose e dei gioielli di lusso oggi vive una sorta di contrapposizione: da una parte c’è il sapere tramandato per generazioni, che affonda le sue radici nella notte dei tempi.

foto Gabriele Putzu
foto Gabriele Putzu

Dall’altra c’è l’innovazione tecnologica, che anche in questo settore sta rivoluzionando le regole del gioco. Oggi, una parte dell’arte orafa combina le conoscenze millenarie con le tecnologie d’avanguardia. Le tecniche utilizzate cinquemila anni fa dagli antichi Egizi e dai Sumeri per la fusione e la modellazione dei metalli preziosi e nell’utilizzo della cera persa vanno a braccetto con robot e stampanti 3D. Una produzione importante basata su creazioni in serie in cui è soprattutto il prestigio del marchio a fare la differenza. «Poi ci siamo noi, con la nostra produzione artistica sartoriale. Un cliente, un gioiello» spiega Prandoni. Ogni creazione che esce dal suo laboratorio è unica, discussa anche per mesi con l’acquirente: forma, tipo di gemma, allegoria. «Terminata l’opera il maestro orafo trasmette emozioni - argomenta Prandoni - e quando la consegna è come se si separasse da un figlio. L’ha vista crescere, dapprima disegnata su un foglio poi realizzata sfruttando i suoi segreti di bottega. È una parte della sua anima, della sua creatività e manualità che spicca le ali verso il mondo. Invece la produzione in serie toglie l’anima al gioiello, almeno secondo me, perché lo standardizza troppo».

Le gemme del Potere

Non è mai stata soltanto una questione di estetica. Tra i potenti l’oro e le gemme preziose hanno rappresentato prima di tutto un alfabeto politico: dalle perle di Elisabetta I, emblema di una purezza strategica, al turchese di Tutankhamon, amuleto di prosperità nel viaggio eterno. Perfino Caterina la Grande usava il viola delle sue ametiste per ribadire la propria regalità. Da millenni, l’orafo non forgia semplici ornamenti, ma simboli di status politico, sociale e di vita. Cammei, perle, opali, ambre, zaffiri, smeraldi. Pietre di grande valore incastonate con tecniche uniche. La maestria dell’orafo e del gemmologo traspare da ogni creazione esposta nel negozio luganese. «Le pietre preziose affasciano per molteplici ragioni, a partire dalla loro luce che è energia. I Romani credevano che i diamanti fossero schegge di stelle cadenti, mentre gli antichi Greci li consideravano le lacrime degli dei. il valore di mercato di una gemma è determinato dalla purezza, dal taglio, dal colore e dalla caratura, oltre che dalla sua rarità». Anche se, come rammentava tempo fa un giornalista della Cnn, «un gioiello vale qualunque cifra gli offerenti siano disposti a pagare per averlo. Proprio come nel mondo dell’arte, anche la cultura e le tendenze contemporanee giocano un ruolo ben preciso».

Emozioni in materia

Un universo per pochi eletti? «Tutt’altro. L’arte non ha frontiere, perché parla a chi ha grandi capitali come a chi vive una vita normale - spiega il CEO di Boite d’or - Il nostro compito è accompagnare chiunque entri nel nostro negozio sognando un pezzo unico, che magari verrà tramandato di generazione in generazione. Per noi riuscire a tradurre un’emozione in materia significa aver raggiunto la nostra missione, indipendentemente dal valore dell’opera. Non nascondo che alcune nostre collezioni siano nate grazie ad alcune idee fornite dai nostri clienti, diventati nel frattempo nostri amici. Impariamo l’uno dall’altro e ciò è davvero bello».

La conoscenza vince lo sfruttamento

In molti angoli del mondo, dietro le gemme c’è la piaga del lavoro minorile. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono ancora milioni i bambini impiegati in lavori pericolosi, e il settore minerario artigianale è tra i più toccati. Qui, una pietra può passare di mano in mano decine di volte, attraversando confini e intermediari, prima di arrivare in vetrina. Questo labirinto commerciale rende quasi impossibile tracciarne l’origine etica.

«Salvo se si conoscono di persona i proprietari delle miniere», puntualizza Alberto Prandoni, che lavora le pietre partendo anche dal grezzo. «Da giovane - aggiunge - ebbi la fortuna di avere genitori che facevano già questo mestiere e che mi hanno permesso di viaggiare. Quando nel 2001 mi diplomai all’Istituto Gemmologico Americano, misi il sacco in spalla e partii. La preparazione tecnica mi aveva fornito gli strumenti per riconoscere gemme trattate o sintetiche, ma sapevo che l’esperienza vera si faceva nel fango delle miniere».

Il mestiere più bello che c’è

Girando i giacimenti di mezzo mondo, Prandoni scelse di trasformare la conoscenza diretta in una forma di garanzia: «Vidi con i miei occhi come lavoravano e, soprattutto, come facevano lavorare gli operai. È uno dei metodi migliori per sapere ciò che si vende».

Questa filosofia del controllo e del rispetto umano non si ferma all’estrazione, ma prosegue lungo tutta la filiera produttiva della gioielleria luganese. «La stessa etica la applico nella costruzione dei gioielli: avrei potuto scegliere di produrre in laboratori esteri dove gli operai lavorano giorno e notte in spazi angusti. Invece, ho scelto di puntare sugli atelier che ricalcano il modello delle botteghe fiorentine. È qui, accanto ai maestri gioiellieri, che crescono i giovani talenti che imparano questo mestiere, che è il più bello che ci sia».

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