«Forse la vera svolta è non sapere quale sarà la prossima»

I suoi droni hanno volato sopra i palcoscenici di Broadway e illuminato eventi seguiti da milioni di persone. Ma la storia di Federico Augugliaro non è soltanto quella di un ingegnere che ha raggiunto i vertici della robotica. È anche la storia di chi, nel pieno del successo, ha scelto di rallentare, riscoprire il tempo per la famiglia e ripartire da una passione coltivata fin da ragazzo sui campi di basket del Mendrisiotto. Oggi vive a Zurigo, ma torna regolarmente a sud delle Alpi per ritrovare i genitori e le tre sorelle. Alle spalle ha un master in robotica, un dottorato e una carriera internazionale costruita tra ricerca, robotica e droni. Davanti a sé, invece, una pagina ancora tutta da scrivere.
Partiamo dall’inizio. Come mai sei cresciuto a Vacallo e non, per dire, a Faido o a Castelrotto?
«In realtà i miei genitori abitavano a Massagno, sono nato lì, e quando avevo undici mesi si sono trasferiti a Vacallo».
A Vacallo il percorso formativo che porta al liceo di Mendrisio. Perché la scelta del liceo umanistico?
«Sapevo già che avrei scelto la scienza, non ancora la robotica, ma la scienza sì. Ho voluto coltivare la parte umanistica scegliendo il latino e storia come opzione complementare, approfondendo politica e società. Sono contento di averlo fatto: tra il Politecnico e il lavoro non avrei più avuto tempo per quell’interesse. Certo, avessi fatto il liceo scientifico, il primo anno all’ETH sarebbe stato più agevole, ma non è stato un problema». Non proprio un problema: negli anni successivi concluderà il master come miglior studente del suo corso.
Da bambino pratica diversi sport. Perché alla fine resta il basket?
«Ho iniziato a Vacallo, dove la polisportiva offriva atletica, poi calcio, basket e più avanti anche il tennis. Li praticavo tutti in contemporanea, quindi avevo uno o due allenamenti al giorno, per la gioia dei miei genitori, che dovevano portarmi in giro. A un certo punto gli impegni sono aumentati e non si può più fare tutto, così ho scelto il basket, lo sport che mi piaceva di più, anche perché ero più bravo».
Una scelta che non ha mai davvero abbandonato.
«Dopo aver assaporato la B con Vacallo negli anni liceali e nei primi anni a Zurigo, ho continuato a giocare e negli ultimi due anni ho assunto anche il ruolo di allenatore-giocatore in una squadra di Zurigo».
Se il liceo umanistico aveva paradossalmente confermato la passione per le scienze, il passo successivo era decidere dove coltivarla. Perché Zurigo e non Losanna?
«Avevo già deciso di voler fare qualcosa di scientifico e tecnico. Mi ero orientato verso la robotica ancora prima di scegliere tra EPFL ed ETH. Ciò che mi ha sempre affascinato della robotica, fin da quando giocavo con il Meccano, è la combinazione tra un elemento fisico che si muove e la logica che lo guida. Sensori che misurano qualcosa e una macchina che reagisce di conseguenza. Ho scelto un master in Robotica, Sistemi e Controllo, appena creato al Politecnico: era perfetto per me. Così ho semplicemente cercato la scuola migliore in quell’ambito».
È all'ETH che la sua passione trova l'applicazione destinata a segnare la carriera. Quando entrano in scena i droni?
«Per la tesi di master ho lavorato con il professor Raffaello D’Andrea. Nel suo laboratorio si univano arte, creatività e robotica. Il progetto di master consisteva nel fare danzare dei droni a ritmo di musica. Durante la tesi di dottorato abbiamo costruito un ponte di corde lungo sette-dieci metri realizzato interamente dai droni: volavano, facevano nodi e intrecciavano le corde. Alla fine il sistema funzionava così bene che siamo riusciti a camminarci sopra».
Augugliaro decide allora di portare quella tecnologia fuori dall’ambiente accademico.
«Dopo il dottorato ho continuato a lavorare nel settore dei droni entrando nella startup Verity Studios, fondata da Raffaello D’Andrea insieme ad altri ricercatori. Abbiamo creato un sistema di droni per spettacoli indoor, con luci incorporate, capaci di interagire con attori e cantanti sul palco. Una sorta di fuoco d’artificio tecnologico per ambienti chiusi. Trattandosi di un prodotto unico, abbiamo potuto lavorare fin da subito per i più grandi show del mondo».
Quali sono stati i momenti più significativi?
«Il primo grande progetto è stato a Broadway con il Cirque du Soleil. Poi è arrivato quello per i New York Knicks al Madison Square Garden. Per l’apertura della stagione volevano uno spettacolo ad alto tasso tecnologico che unisse droni e ballerini. Avevamo tre grandi progetti contemporaneamente, tra cui uno con i Metallica, io ho guidato quello con i Knicks. Essere a bordo campo al Madison Square Garden è stato molto emozionante».

Perché fermarsi proprio adesso?
«Dopo aver vissuto la crescita della startup per 10 anni dai primi passi fino a circa 200 dipendenti, questo era un buon momento per cambiare. Con mia moglie abbiamo deciso di prenderci quest’anno. È appena arrivato il secondo bambino e volevamo stare più vicini alla famiglia. Allo stesso tempo questo mi libera anche del tempo. Quando i bambini fanno un pisolino, oppure la sera, ho ancora energie da dedicare a qualcos’altro».
È da qui che nasce Relyx.
«È un’idea che coltivavo da qualche anno. Mette insieme due passioni: il product management, di cui mi sono occupato nel mio lavoro, e il basket. L’obiettivo è aiutare gli allenatori a essere più efficienti. Molti, a livello amatoriale, non hanno il tempo necessario per preparare allenamenti di qualità. Ho voluto creare qualcosa che permetta di costruirli in pochi minuti. L’applicazione si chiama Relyx e l’ho lanciata oltre un mese fa, ricevendo già alcuni riscontri positivi». (Questo il link dell’applicazione: relyx.app).
La prossima svolta?
«Per ora me la prendo con calma. A me piace il percorso, il viaggio in sé: fare qualcosa di bello, gestire bene un team e lavorare in un buon ambiente. Per ora seguo un po’ il flusso degli eventi e mi tengo aperte diverse possibilità. Forse la vera svolta è proprio non sapere ancora quale sarà la prossima».
